Intelligenza artificiale, lavoro e tenuta del welfare. Su questi temi è intervenuto il Direttore generale dell’INPS, Valeria Vittimberga, a Tiriolo, in provincia di Catanzaro, nel corso di «Harmonic Innovation: Words of Hope for a Magnifica Humanitas», l’incontro dedicato al rapporto tra innovazione tecnologica e dignità della persona, che nel titolo richiama l’enciclica di Papa Leone XIV.
Il punto di partenza è la trasformazione in corso. «Digitalizzazione, automazione e intelligenza artificiale stanno ridisegnando il lavoro e possono potenzialmente esporre milioni di persone al rischio dell’esclusione», ha affermato Vittimberga. Ma difendere la centralità dell’uomo non vuol dire opporsi al cambiamento: «Mettere l’uomo al centro non significa conservare artificialmente ogni posto di lavoro esistente così com’era. Non sarebbe possibile, sarebbe antistorico e probabilmente non sarebbe nemmeno desiderabile».
Il Direttore generale ha poi posto la questione dal punto di vista di chi gestisce il sistema di protezione sociale. Quando innovazione e lavoro crescono insieme, il sistema si rafforza: «Se crescono contemporaneamente occupazione, salari e massa contributiva, abbiamo un circuito virtuoso. La produttività tecnologica sta producendo anche benessere sociale». Esiste però un’altra possibilità, meno rassicurante. «Immaginiamo un altro scenario. La produzione sale, gli utili crescono, il valore dell’impresa cresce, la quantità di lavoro necessaria diminuisce, la massa salariale rimane ferma e, a quel punto, si verifica qualcosa di nuovo. L’economia nel suo complesso diventa più ricca, mentre la base contributiva del welfare diventa relativamente più povera. Questo è il punto che, a mio avviso, dobbiamo cominciare ad affrontare».
È il nodo che la stagione dell’intelligenza artificiale consegna alle istituzioni: un sistema finanziato in larga parte dal lavoro rischia di non intercettare la ricchezza prodotta dalle macchine. È una questione che tocca direttamente la sostenibilità della previdenza pubblica e che conviene affrontare per tempo, prima che lo squilibrio diventi evidente. Non si tratta di frenare l’innovazione, ma di governarne gli effetti, perché i guadagni di produttività si traducano anche in coesione sociale.
Da qui l’invito a non fare dell’efficienza l’unico metro per giudicare lo sviluppo. Per Vittimberga formazione, riqualificazione professionale e inclusione di donne, giovani e persone con disabilità devono essere considerate parte integrante della protezione sociale, non misure accessorie.
In chiusura, un’idea di welfare che guarda oltre il sostegno al reddito. «Il welfare migliore non è quello che accompagna qualcuno ai margini garantendogli soltanto un reddito, ma quello che gli consente di rientrare nella comunità attraverso la partecipazione. L’innovazione sarà veramente armonica soltanto a una condizione: che nessuno venga considerato superfluo».





