Per molti l’estate è la stagione più attesa. Si va in vacanza, ci si veste leggeri, si prende il sole e ci si rilassa. O almeno questa è la narrazione dominante. Eppure, tra giugno e agosto arriva un momento in cui le forze svaniscono, il corpo rallenta e la pressione sociale aumenta.
Da un punto di vista fisico la stanchezza estiva è legata al caldo afoso, che porta sonnolenza, affaticamento e disidratazione. Ma sul piano psicologico e sociale la realtà è più complessa. Oltre alle temperature elevate, il corpo reagisce a un anno carico di lavoro, studio, scadenze, impegni. La stagione estiva si trasforma, così, in uno spazio temporale in cui si riversa tutto ciò che abbiamo accumulato nei mesi invernali. La fatica fisica si intreccia con un esaurimento mentale, che arriva proprio quando ci si aspetterebbe solo leggerezza e divertimento.
Quando arriva la bella stagione ci convinciamo che la cosa giusta da fare sia partire, andare in qualche posto lontano e barrare le caselle di una lista di cose da vedere per raggiungere uno standard invisibile, fissato dalla realtà mascherata che si osserva sui social. Ma non tutti arrivano a giugno nello stesso stato mentale. C’è chi si sente vuoto, chi porta un carico di aspettative difficile da gestire e chi vive con la sensazione di dover recuperare tempo, emozioni ed esperienze.
La società della performance anche in vacanza
Questo accade perché viviamo in quella che i filosofi Maura Gancitano e Andrea Colamedici definiscono “società della performance”, un concetto che interpreta il mondo odierno come un sistema in cui l’individuo si sente obbligato a ottimizzare ogni aspetto della propria vita. Il tempo libero finisce per essere pianificato ed esibito, facendo nascere una sottile ansia da prestazione, perché si sente la pressione di dover essere felici a tutti i costi, perché lo sono tutti e perché l’estate non ammette malinconie.
Questa è la stagione in cui il confronto è più evidente che mai. Si paragona il proprio corpo, i viaggi e le serate a quelle degli altri, come se esistesse un’unica via giusta. Ciò che dovrebbe essere un desiderio si trasforma in un dovere. Il dovere di fare attività nuove, di riempire l’agenda soltanto per non sembrare solo e per avere poi un racconto pronto per quando si torna a casa.
Le Skill-cation
Come risposta intelligente a questa crescente pressione verso vacanze sempre più standardizzate e socialmente performative, negli ultimi anni si è diffuso il fenomeno delle skill-cation, crasi tra skill e vacation, che letteralmente significa abilità e vacanza. Le skill-cation sono viaggi in cui si impara qualcosa, una lingua, la cucina locale, il surf. Il viaggio diventa un’esperienza completa che unisce divertimento, relax e apprendimento, un fenomeno in grado di arricchire l’essere umano nella propria identità. Le skill-cation funzionano perché liberano dalla tirannia delle aspettative, invitando a rallentare, a concentrarsi sul presente e a fare qualcosa di concreto.
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