La recente adozione della “Carta africana dei valori familiari” da parte di un gruppo di governi del continente ha scatenato un’ondata di critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani, che definiscono il documento “regressivo, discriminatorio e potenzialmente pericoloso”. La carta, presentata come uno strumento per “rafforzare i valori tradizionali africani”, introduce una serie di principi che, secondo gli attivisti, rischiano di limitare gravemente le libertà individuali e i diritti delle minoranze.
Il testo promuove un modello di famiglia “tradizionale”, definito come nucleo composto da un uomo e una donna, e invita gli Stati firmatari a proteggere tale struttura da “influenze esterne”. Per i critici, questa formulazione apre la porta a politiche anti‑LGBTQ+, restrizioni ai diritti delle donne e limitazioni alla libertà di espressione.
Amnesty International e Human Rights Watch hanno denunciato che la carta potrebbe essere utilizzata per giustificare leggi più severe contro le comunità queer, già vulnerabili in molti Paesi africani. Alcuni governi hanno accolto il documento come un baluardo contro quella che definiscono “ideologie importate dall’Occidente”.
Tuttavia, gli attivisti ricordano che la retorica dei “valori tradizionali” è stata spesso impiegata per reprimere movimenti civili e consolidare il potere politico. “Non si tratta di proteggere la cultura africana, ma di limitare diritti fondamentali”, ha dichiarato un rappresentante di una rete panafricana per i diritti umani.
La carta arriva in un momento di crescente polarizzazione nel continente, dove diversi Paesi hanno recentemente approvato o proposto leggi più severe contro le minoranze sessuali. Gli esperti temono che il documento possa diventare un precedente normativo, spingendo altri governi a seguire la stessa strada.





