lunedì, 20 Settembre, 2021
Economia

Le cifre shock del commercio. Postacchini (Confcommercio): servono nuovi incentivi. Calugi (Fipe): risorse da aumentare

Crollo dei consumi di 128 miliardi nel 2020. Rischio chiusura di circa 300mila imprese del commercio al dettaglio non alimentare e del terziario di mercato, 240mila delle quali come conseguenza diretta della crisi di reddito e di liquidità. Riduzione del lavoro autonomo, ordinistico e non ordinistico, di circa 200mila unità. Sono le cifre della crisi del commercio, che Enrico Postacchini, componente di Giunta responsabile per “Commercio e Città”, ha rappresentato nell’audizione sul decreto Sostegni alle Commissioni riunite Bilancio e Finanza&Tesoro del Senato. Tre le cifre emblematiche del gravissimo impatto economico e sociale generato dall’emergenza legata al Covid -19

Di qui “l’ormai evidente insostenibilità economica e sociale del ricorso al modello del ‘più chiusure’”, ha sottolineato l’esponente di Confcommercio, con la “necessità assoluta del decollo operativo della campagna di vaccinazione”.

Oltre, all’esigenza di un “deciso rafforzamento, entro e oltre il perimetro del decreto, delle risorse dedicate ai ristori per imprese, professionisti e partite Iva”. Per Enrico Postacchini è un bene l’archiviazione del meccanismo dei codici Ateco, ma i ”soggetti interessati sono circa tre milioni per un ristoro medio stimato intorno ai 3.700 euro”. “Non ci siamo e lo ribadiamo”, ha insistito Enrico Postacchini, “servono ristori più adeguati in termini di risorse, più inclusivi in termini di parametri d’accesso e che tengano conto anche dei costi fissi, più tempestivi in termini di meccanismi operativi”, ha scandito l’esponete della Confederazione dei commercianti”.

Adeguatezza, inclusività e tempestività, – sono i tempi e le proposte, indicati – nella memoria depositata dalla Confederazione – servono anche “per le misure dedicate a turismo, montagna e cultura, professioni”, mentre per i trasporti “occorre sostenere tutto il sistema dell’accessibilità non limitandosi al solo trasporto pubblico locale”. Sul versante degli ammortizzatori sociali, “bene la proroga della Cassa Covid, ma vanno assicurati la continuità rispetto al ciclo di prestazioni precedenti e l’ulteriore finanziamento del fondo per il parziale esonero contributivo di lavoratori autonomi e professionisti”.

“Bisogna fare di più e presto”, ha concluso Postacchini, “sia per un nuovo e robusto scostamento di bilancio, sia per moratorie fiscali più ampie e per una proroga della moratoria sui prestiti bancari unita all’allungamento dei tempi per il rimborso dei prestiti assistiti da garanzie pubbliche”. In
Audizione anche per la Federazione italiana dei pubblici esercizi, Fipe, che ha commentato negativamente i contributi a fondo perduto erogati dal governo tra il 2020 e il 2021 per i titolari di bar e ristoranti. L’89,2% degli imprenditori, infatti, li ha ritenuti poco efficaci e soltanto 8 titolari su 10 hanno ricevuto il 10% circa di quanto avevano perso lo scorso anno. “Siamo consapevoli”, ha commentato il direttore generale, Roberto Calugi, “dello sforzo enorme fatto dal precedente governo per dare risposte ai titolari dei pubblici esercizi, in una situazione di pandemia, ma non possiamo nasconderci che le misure non sono state minimamente sufficienti”.

La Federazione ha anche messo in luce alcuni punti presenti nel decreto che andrebbero migliorati. Primo fra tutti il canoni di locazione che “pesa per il 10% sul fatturato delle imprese”, ha continuato Calugi, “e rappresenta un costo fisso che in questo momento è insostenibile”. Infatti solo il 25% degli imprenditori è riuscito ad avere uno sconto sugli affitti da parte dei proprietari”. Da qui la proposta di Fipe per una proroga al credito d’imposta, al 60% sui canoni di locazione e al 30% sull’affitto d’azienda, anche per i mesi da gennaio ad aprile 2021. Una misura già prevista per le strutture turistico ricettive e per i tour operator e che andrebbe estesa anche ai pubblici esercizi.

Un’altra richiesta è quella di ridurre il canone Rai non del 30%, come previsto dal decreto, ma almeno del 50%. Stesso discorso per la Tari che andrebbe azzerata o dimezzata, dal momento che i locali sono chiusi e non hanno usufruito della raccolta rifiuti.

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