L’accordo per riaprire lo Stretto di Hormuz è pronto, ma attende ancora l’approvazione del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano. Secondo fonti citate ieri dalle emittenti Al Arabiya e Al Hadath, l’intesa raggiunta tra Iran e Oman avrebbe una durata iniziale di 60 giorni e dovrebbe consentire la ripresa della navigazione senza imporre pedaggi alle navi in transito. Il piano prevede che le imbarcazioni dirette nel Golfo utilizzino la corsia più vicina alle coste iraniane, mentre quelle in uscita navighino lungo la rotta prossima all’Oman.
Muscat autorizzerebbe le partenze dopo averne dato comunicazione a Teheran. Altri Paesi della regione potrebbero contribuire allo sminamento e alle operazioni tecniche necessarie per rendere nuovamente sicuro il passaggio. L’obiettivo immediato è rompere lo stallo e creare le condizioni per negoziati tecnici tra Washington e Teheran. Fonti arabe hanno riferito di contatti indiretti entrati nella fase finale, ma il viceministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi ha negato l’esistenza di trattative con gli Stati Uniti: “Non ci sono stati negoziati”, ha dichiarato, precisando che il confronto su Hormuz è esclusivamente bilaterale con l’Oman.
Donald Trump ha invece confermato colloqui con la Repubblica islamica. “Vorrei fare un accordo, perché non voglio uccidere la gente”, ha detto il presidente americano, ribadendo tuttavia che l’Iran “non può avere un’arma nucleare”. Più prudente il vicepresidente JD Vance, secondo cui Washington è “nel mezzo di una partita complessa” che richiederà tempo e potrà conoscere “un passo avanti e due indietro”.
Traffico quasi azzerato
Nonostante l’ottimismo diplomatico, il traffico commerciale resta ai minimi. Mercoledì soltanto due navi hanno attraversato Hormuz, contro le otto del giorno precedente e le circa 130-140 che transitavano quotidianamente prima dell’inizio della guerra, il 28 febbraio. Anche a Bab el-Mandeb è passata una sola nave, rispetto alle venti del giorno precedente. Restano inoltre forti dubbi sulla concreta applicabilità dell’accordo. Fonti del settore marittimo citate dalla Reuters hanno avvertito che le sanzioni statunitensi, le limitazioni assicurative e il potere attribuito all’Iran sulle navi in entrata potrebbero rendere il meccanismo difficilmente praticabile.
Eventuali tariffe di servizio, secondo gli operatori, costituirebbero “un pedaggio in tutto tranne che nel nome” e rischierebbero di creare un precedente contrario alle norme internazionali sulla libertà di transito negli stretti. Alla pressione negoziale Teheran affianca quella militare. Un alto funzionario iraniano ha riferito alla Reuters che il ministro degli Esteri Abbas Araqchi ha avvertito Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Pakistan: se non convinceranno Trump a interrompere gli attacchi, l’Iran potrebbe colpire impianti petroliferi, raffinerie, reti elettriche, infrastrutture idriche e sistemi di trasporto dei Paesi alleati di Washington.
Strage in Yemen
La tensione si è intanto estesa allo Yemen. Almeno 38 soldati delle forze governative sono stati uccisi in una serie di attacchi con missili e droni lanciati dagli Houthi contro accampamenti nelle province centrali e orientali, vicino al confine saudita. Al Arabiya ha indicato un bilancio ancora più grave, con 45 morti nei governatorati di al-Jawf, Marib e Hadramawt.
Si tratta di uno degli attacchi più sanguinosi degli ultimi anni contro le forze riconosciute internazionalmente. L’esercito yemenita ha annunciato in risposta una vasta operazione militare contro i ribelli filo-iraniani. Gli Houthi hanno inoltre rivendicato attacchi contro due petroliere saudite, una al largo di Yanbu, nel Mar Rosso, e l’altra nel Golfo di Aden, senza che Riyadh abbia confermato gli episodi.
Colloqui di Roma
Si è chiuso intanto a Roma anche il settimo round negoziale tra Israele e Libano, dopo tre giorni di colloqui segnati dalla morte di due riservisti israeliani nel sud del Paese dei cedri. Israele ha reagito colpendo depositi di armi, centri di comando e altre infrastrutture attribuite a Hezbollah. Il confronto resta concentrato sul disarmo del movimento sciita, sul ritiro delle forze israeliane e sul meccanismo incaricato di verificare l’attuazione degli accordi. Il Libano chiede una supervisione internazionale e ha sollecitato l’elenco dei propri cittadini detenuti in Israele. Secondo fonti regionali, l’Italia sarebbe tra i Paesi candidati a guidare il futuro sistema di controllo sul terreno.





