venerdì, 17 Settembre, 2021
Lavoro

Lavoretti. Poche tutele, nessuna garanzia per 600mila. Una svolta nel 2021?

Non hanno avuto né la difesa dei partiti, né delle istituzioni, con i sindacati a sostegno in ordine sparso. Eppure i lavoratori precari in Italia hanno assunto un ruolo predominante, i cosiddetti “gig worker” che sta per persone chiamate a fare dei “lavoretti”, sono diventate una categoria di lavoratori che ingrossano le file del precariato ma anche di soggetti politici che nessuno per ora vuole o si sente di rappresentare.

D’altronde la sinistra per anni ha predicato “flessibilità” e New Economy, mentre ai “gig worker” più che prediche sul futuro e sulle innovazioni, servono tutele e remunerazioni più alte. Dando uno sguardo al panorama dei lavoratori precari, in questi giorni il fenomeno è rimbalzato nelle cronache televisive e sui giornali, con titoli di apertura su scioperi, manifestazioni, di alcune inchieste della magistratura con interventi a loro favore.

Il 2020 è stato l’anno che ha fatto esplodere il fenomeno del riders, con la pandemia, le persone chiuse in casa e loro a fare la spola tra pizzerie, ristoranti e abitazioni. Con migliaia di corrieri a consegnare pacchi nelle case. Un record e una visibilità della gig economy, emersa come fenomeno globale nei mesi di lockdown.

 

BASTA DISCRIMINAZIONI

Il 2021, con levate di scudi dei ragazzi e sentenze di alcune procure, è iniziato uno scenario da resa dei conti. Tanto per ricordare a gennaio il tribunale di Bologna ha condannato l’algoritmo della piattaforma Deliveroo, giudicandolo “discriminatorio”. Il 24 febbraio la Procura di Milano ha svelato un’indagine che contesta multe di milioni di euro ai quattro colossi della consegna di cibo operativi nella città. Iniziative pesanti che hanno come idea un basta allo sfruttamento dei giovani – ma molti lavoratori hanno superato i 40 e i 50 anni – che finora ha permesso a molte società e multinazionali di fare il bello e cattivo tempo sulla loro testa.

L’ex governo Conte con il “decreto dignità” ha riportato la gig economy al centro dell’attenzione. Il governo e i media hanno dato grande risalto alla realtà dei riders, sollevando il problema di una maggior tutela per questi lavoratori. Il fenomeno, tuttavia, è molto esteso al punto che non ci sono numeri certi, nella giungla dei lavori precari ci sono tipologie e contratti – quando ci sono – che sfuggono anche alle normali statistiche.

I dati, come ricordano gli analisti di sistemi di lavoro, suggeriscono che quella dei gig worker “in bicicletta” sia una componente minoritaria, se solo si presta attenzione al panorama complessivo. Per questo si fa più urgente un aggiornamento dei diritti che dovrebbero partire da una fotografia sui numeri della gig economy in Italia. In primo luogo il rapporto tra committente e lavoratore si basa su una serie di strumenti versatili, il gig worker, presta il proprio lavoro o i propri mezzi per soddisfare una richiesta veicolata tramite un’app.

 

NON SOLO FATTORINI IN BICICLETTA

A questo gruppo, dunque, non appartengono solo i fattorini dei pasti a domicilio di Foodora o gli autisti di Uber, ma anche i freelance che erogano prestazioni qualificate on-demand, così come chi svolge lavoretti in casa altrui cogliendo una richiesta pubblicata su app come jobby. C’è di più. Il mondo dei lavoretti si estende alla babysitter occasionale, all’addetto alle pulizie, al traduttore, al programmatore di software, al correttore di bozze ingaggiato, anche lui come tutti gli altri, attraverso l’iscrizione a piattaforme digitali. Chiunque infatti decida di “prestare” una parte del proprio tempo e delle proprie competenze a mansioni di varia natura, per il tramite di datori di lavoro operanti nel web, può a tutti gli effetti considerarsi un gig worker. È la situazione che genera nuove forme di disuguaglianze, di precariato e di emarginazione.

“Le stime”, sostengono i ricercatori, “sono complesse, date le caratteristiche spesso discontinue e mutevoli di questo lavoro”. Uno sforzo importante è stato fatto dalla Fondazione Rodolfo Debebedetti in collaborazione con l’Inps, che ha pubblicato la prima indagine campionaria sul tema. La quota di lavoratori “gig” è il 2,03% del totale, cui corrisponde (al termine delle ponderazioni del caso) un valore assoluto di 589.040 persone. Siamo a numeri per difetto e, comunque, che sfuggono ad una classificazione ancora chiara. Tanto che le vasta platea di lavoratori precari non è quella dei “ragazzi in bicicletta”, che stando ai dati rappresenta solo il 15% del fenomeno. “Suggerendo che il grande dibattito su questa categoria copre solo una fetta circoscritta del fenomeno della gig economy”, spiega l’Inps nel suo XVII rapporto annuale. Gli occhi della previdenza nazionale, infatti, “non vedono” quei lavoratori autonomi che guadagnano meno di 5mila euro l’anno, in quanto non sono obbligati al pagamento dei contributi.

“Anche nel caso dei professionisti”, fanno presente gli analisti, “titolari di partita Iva iscritti alla gestione separata Inps, inoltre, non è possibile stimare quanti dei loro committenti abbiano richiesto un lavoro tramite un’app di crowdworking”. Eppure, anche in questo caso, parliamo di lavoratori appartenenti alla gig economy. Inoltre i gig workers che hanno già un altro lavoro sono quasi il triplo rispetto a quelli che si dedicano esclusivamente a questa attività. Oggi dopo scioperi, rivendicazioni, sentenze e qualche riconoscimento il punto di partenza sarà individuare le modalità di lavoro on demand che presentano le maggiori analogie con un lavoro di tipo parasubordinato, eludendone però le tutele.

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