sabato, 28 Novembre, 2020
L'angolo della Lettura

A Primavera tornerà l’amore: Vent’anni dopo

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Ottava ed Ultima Puntata

Già da diversi giorni, i suoi vicini  avevano notato delle strane uscite dalla casa di  Zia Marietta, in Via Venita. Erano trascorsi  ormai vent’anni dalla morte della figlia e sebbene il mondo, a Pizzo Falcone, fosse tutto cambiato, lei in cuor suo sperava di poterla  un giorno incontrare e riportarsela a casa e  viverci insieme, senza più quella paura del tempo che trascina tutto via e fa svanire ogni cosa. Se gli Dei dei tempi moderni, il progresso, la civiltà e il benessere, avevano portato nelle case diVia Venita l’acqua, la luce, e in alcune addirittura il telefono e la televisione, perché il Sacro Cuore di Gesù, cui era tanto devota, non  poteva fare un altro bel miracolo, come quelli che ci raccontano i Vangeli? Perché il Padretereno non poteva far tornare in vita la sua figlia prediletta, Esterina, ora che anche Ignazio, Pasqualino e Isabella, ancora giovani, avevano abbandonato questa vita che le stava regalando solo disgrazie?Pensava così Zia Marietta, una donna ormai ottantenne, sospinta dai troppi lutti nel burrone della demenza senile. Perché convincerla che il mondo era cambiato? Perché dirle che la guerra era finita? Perché ricordarle che il Re non sarebbe più ritornato?

Se lo rappresentava ancora lì, immobile, il suo mondo, con i suoi figli ancora giovani, con la cucina da preparare, la vigna e la cantina da curare, il corredo per le figlie da maritare.Ogni anno, nella ricorrenza della morte di Esterina, Zia Marietta si recava, di buon mattino, al cimitero a far visita alla figlia. Quell’anno, il 1963, era il ventesimo anniversario della sua scomparsa e sentiva di non avere più le forze di andare fino al campo santo, a piedi. Da Via Venita c’era un bel po’ di strada da fare, costeggiare il palazzo Scorpione, attraversare tutta Via Olmi e poi una lunga discesa verso il diroccato Monastero di San Francesco e finalmente il Cimitero, protetto dai cipressi e circondato come in un abbraccio, da migliaia di alberi di Ulivo. Quella mattina del 25 aprile del 1963, Zia Marietta non volle mancare l’appuntamento e, di buon ora, decise di incamminarsi verso il muraglione, là dove, all’estremità di Via Fanti, si scorgeva, sulla destra, tutta la Val Basento fino al mare di Metaponto, per poi ripiegare, sulla sinistra, verso Miglionico, Pomarico, fin su, verso Matera.

Arrivata dunque sotto il Palazzo del Barone Arcieri, si appoggiò a quel lungo balcone di pietra e incominciò a chiamare la figlia.

– Esterina, Esteri’.

Si era fatto giorno da poco e lì, nei paraggi, non c’era nessuno che potesse ascoltarla, né tantomeno sostenerla in quei momenti di intensa e visibile commozione.

–  Mi senti, Esterì? –  ripetè  con un tono di voce più alto Zia Marietta, mentre fissava, con  insistenza, il campo santo – Ritirati a casa tua! (Tegg’ fatt’ a fcazz’ c’a c’podd) Ti ho preparato la focaccia con la cipolla. Quella che ti piace tanto e che tu mangiavi sempre con Tonino quando veniva a casa. L’altro giorno ti ho preparato le fave arreganate  e pure a ciambott’,  chi curnicchil, i mulugnam, le patan e u pmmdor (con  le melanzane, i peperoni, le patate e i pomodori)  Quei piatti che piacevano  a te e pure a fradda ‘Gnaz e a sorda Sabbelin (a tuo fratello Ignazio e a tua sorella Isabella).Ma la figlia, nonostante i richiami e le implorazioni della madre, non rispondeva. Qualche anima viva però si era avvicinata a Zia Marietta. Era Zia Vicenza a Franculin’, sua grande amica e confidente. La vide che pronunciava parole al vento ma non volle disturbarla. Preferiva rimanere un po’ in disparte e non farsi vedere. Non voleva interrompere quel monologo della madre che cercava in tutti i modi di attirare a se la figlia, come fanno tutte le  mamme quando  vorrebbero i figli vicini a sé, prendendoli per la gola.Fatto sta che Zia Vicenza era al corrente di tutto. Sapeva che Zia Marietta non ci stava più con la testa, che ogni tanto usciva di casa, da sola, senza avvisare nessuno e andava verso Santa Lucia, nella speranza di incontrare qualcuno che avesse visto sua figlia.“Tornatene a casa, figlia mia – riprese lei, con più calma e sempre con lo sguardo rivolto al cimitero – Ti devi completare il corredo. Ti devi sposare, perchè Tonino è tornato dalla guerra e la mamma è morta perché così ha voluto la mano di Dio.

Esteri’, mi senti?  Tuo fratello Tonnuccio, dall’America, ti ha mandato tante cose belle. Scialli, fazzoletti, sciarpe, guanti. Ti ha mandato anche un bel cappello che lì in America mettono solo le belle ragazze. E ti ha mandato pure gli orecchini, una catenina d’oro, una collanina e una spilla con due cuori, colorati come le rose”.Zia Vincenza se ne stava lì appartata, ma osservava la scena e sentiva tutto. Non voleva assolutamente interrompere quell’incantesimo. Era curiosa di sentire che alla figlia mandavano tutte quelle piccole meraviglie, quei gingilli americani che lì a Pizzo Falcone le ragazze avrebbero dato chissà che, per poterli indossare.“T’aspetta a casa tua sorella Giovannina. –  diceva ancora  Zia Marietta –  Pure lei ti ha preparato i fichi al forno  l’ fich ‘mburnat, (i fichi al forno)  i tarall’ iascm’ ( i taralli azzimi) e  pure le paste alle mandorle e miele (l’ past c’ l’amin’l e ‘u  mel’)”.Poi si fermò. Protese l’orecchio verso la valle, sperò tanto di vedere qualche anima viva camminare sulla strada che portava su a Pizzo Falcone, ma non vide nessuno, C’era solo tanta luce e silenzio. Era stanca e amareggiata zia Marietta.  Improvvisamente incominciò a barcollare, ebbe un mancamento e mentre stava lì lì per accasciarsi al suolo, si precipitò verso di lei Zia Vicenza. L’ afferrò al volo, la sostenne,  e poi  sottobraccio e con passo lento,  se la portò a casa sua. Un grazioso e lindo sottano che distava  pochi metri dal muraglione, quel magnifico belvedere di  mattoni rossi che cingeva, come una fortezza, l’antico Borgo di Pizzo  Falcone.

Intanto in Via Venita era scattato l’allarme. Era già mezzogiorno e Zia Marietta non era ancora rientrata a casa. Quando la mattina usciva, andava diritto da suo figlio Giose, al mulino e lì si intratteneva con altre donne che andavano a comprare la farina.

Ma si trattava di una permanenza breve. Verso le dieci, massimo dieci e mezza, rientrava a casa. Quel benedetto giorno, però, stranamente, tardava a rientrare. Allarmata, la figlia Giovannina volle andare a sincerarsi che la mamma fosse ancora lì al mulino, in via Mario Pagano. E invece, lì la madre non c’era. Chissà che strada aveva preso, in quale dirupo era precipitata. Lei, poverina,  quando camminava,  dopo un po’, perdeva l’orientamento, non si ricordava più nulla. La sua testa, con tutto quello che aveva passato, non funzionava più. Si precipitò allora dalla cognata Stella, per metterla al corrente  che si erano perse le tracce della madre. Bisognava fare presto, andarla a cercare subito, altrimenti sarebbe successo l’irreparabile!Stella che conosceva bene la suocera e soprattutto lo stato in cui era ridotta, non perse altro tempo. Chiamò la figlia Esterina  e le ordinò di mettersi subito alla ricerca della nonna, non dalle parti di Santa Lucia o di Via Olmi, ma nei pressi del muraglione, perché già da diversi giorni qualcuno l’aveva avvistata da quelle parti, mentre si sporgeva in direzione del cimitero.

E così fece Esterina. Si incamminò per la scalinata di Via Venita, girò sulla sinistra verso via Fanti e si diresse subito verso la casa di zia Vincenza Francolino.

“Zia Vice’” –  gridò la ragazzina mentre bussava alla  porta.

“Chi è?” – rispose Zia Vincenza, mentre stava lì, seduta al tavolo, ad accudire Zia Marietta.

“Sono Esterina, zia Vice’ – la tranquillizzò lei – mi manda mamma. Vuole sapere se hai visto Nonna Marietta. Stamattina è uscita presto da casa sua e sono tutti preoccupati perché ancora non è rientrata.”

“Sta qui Zia Marietta, non vi preoccupate. Dì a Stella che fra un po’ la riaccompagno io a casa. Fatela stare un po’ qui da me. Si deve riprendere, non se la sente mò di fare le scale di Via Venita.”

“Va bene, zia Vice’. Lo vado a dire subito a mamma.”

In quell’attimo, mentre la nipotina pronunciava la parola mamma, Zia Marietta, improvvisamente rinsavì, ricordò, si riprese.

“Vice’ – gridò Zia Marietta con tono energico –  vai ad aprire! Hai sentito chi ha bussato?  E’ Esterina, mia figlia ( E’ cheda figgh’ d’ Esterina). Non vuole stare più al cimitero, vuole tornare a casa sua. Vai, vai ad aprire! Ha saputo che Tonino, il fidanzato è tornato dalla guerra e mò si vuole sposare. Povera figlia mia, quante ne ha passate!”Zia Vicenza non ebbe il coraggio di interromperla. Non se la sentiva di dirle che la ragazzina che aveva bussato non era la figlia, ma sua nipote Esterina. Le voleva tanto bene a Zia Marietta e ora che l’incantesimo si era avverato non osava dire nulla, non voleva mortificarla. La guardò allora con affetto, con dolcezza, con tanta compassione e le disse:“Zia Mariè, ora  torniamocene a casa. Devi preparare la focaccia con la cipolla, quella che piace tanto a Esterina. Ora tua figlia è tornata, starà sempre con te e non ti lascerà mai più. Andiamo, zia Mariè.”

E così, dopo tanti lutti e disgrazie, finalmente si tornava a vivere. Per Zia Marietta quel giorno, il Sacro Cuore di Gesù aveva fatto un miracolo. Era tornata la gioia a Pizzo Falcone. Poteva trascorrere un po’ di giorni felici con sua figlia. Finalmente, era tornato l’Amore a Primavera.

Nota dell’autore: 

I fatti narrati in questo racconto e i personaggi della mia famiglia paterna (oltre quelli del maestro Salvatore Colatutto e di Zia Vincenza Francolino) sono tutti veri. Anche gli altri personaggi sono veri, mentre i loro nomi sono di pura fantasia. 

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