Ogni anno 12 milioni di bambine diventano spose prima dei 18 anni, secondo le stime delle Nazioni Unite. Il fenomeno, definito dall’ONU una violazione dei diritti umani, continua a colpire milioni di minori nonostante decenni di campagne, leggi e programmi di sensibilizzazione. Nel 2024 e 2025, nuovi sforzi internazionali hanno rilanciato la lotta contro questa pratica, culminando nella decisione dell’Assemblea Generale dell’ONU di istituire il 27 novembre come Giornata Internazionale per porre fine ai matrimoni infantili, precoci e forzati. Negli ultimi anni, Paesi come Sierra Leone, Filippine, Inghilterra, Repubblica Dominicana, Colombia e Bolivia hanno adottato leggi che fissano a 18 anni l’età minima per sposarsi, senza eccezioni.
UNICEF stima che 1,5 milioni di bambine vengano sposate ogni anno nel Paese. Negli Stati Uniti, la battaglia è appena iniziata. Il Child Marriage Prevention Act, presentato al Congresso nel luglio 2024, punta a fissare a 18 anni l’età minima per sposarsi in tutto il Paese. Oggi, in 34 stati, il matrimonio minorile è ancora legale. Dal 2000 al 2021, oltre 314.000 minori sono stati sposati, alcune bambine di appena 10 anni. Le organizzazioni che combattono il fenomeno, come Unchained At Last e il Tahirih Justice Center, sostengono la proposta di legge ma avvertono che alcune sezioni potrebbero avere effetti indesiderati. Una delle critiche più forti riguarda la possibilità che minori di 16 anni possano ottenere un visto coniugale: secondo gli attivisti, ciò potrebbe incentivare il traffico di minori verso gli Stati Uniti sotto la copertura del matrimonio.
Le ragioni dei matrimoni precoci sono molteplici: paura per la sicurezza delle figlie, pressioni sociali, povertà, tradizioni legate alla dote, e persino strategie familiari per favorire il matrimonio dei figli maschi. Secondo Renu Singh, direttrice di Young Lives India, “la legge da sola non basta: serve un cambiamento culturale profondo”.





