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JD Vance, vicepresidente degli Stati Uniti

Usa-Iran, la pressione cresce: Hormuz al centro dello scontro

Washington condiziona la ripresa dei negoziati alla fine degli attacchi alle navi. L’Ue si schiera con gli Stati Uniti sul fronte economico, mentre Netanyahu punta alla caduta del regime iraniano
sabato, 5 Settembre 2026
2 minuti di lettura

Gli Stati Uniti sono pronti a tornare al tavolo con l’Iran, ma solo a una condizione: Teheran dovrà cessare gli attacchi contro le navi commerciali nello Stretto di Hormuz. “Non stiamo parlando con gli iraniani e non parleremo con loro finché non smetteranno di sparare contro le navi commerciali”, ha dichiarato il vicepresidente americano JD Vance durante un briefing con la stampa, aggiungendo: “Il mio consiglio agli iraniani è di smetterla di comportarsi da pazzi”. Le parole di Vance segnano una possibile apertura rispetto alla posizione espressa nei giorni scorsi dal presidente Donald Trump, che aveva lasciato intendere di non essere interessato a negoziare con la Repubblica islamica in nessuna circostanza. Interpellato sulla possibilità che il conflitto si concluda entro le elezioni di metà mandato del 3 novembre, Vance ha precisato: “Non la definirei una guerra”.

L’Ue aderisce alla pressione economica

Sul fronte economico, l’Unione Europea si unisce ufficialmente alla campagna di pressione promossa dagli Stati Uniti contro Teheran, denominata Operation Economic Outcast. A darne l’annuncio è stato il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, che ha elogiato la “posizione ferma e tempestiva” assunta dal blocco comunitario. “Gli Stati Uniti sono saldamente al fianco dei propri alleati per garantire che il sanguinario regime iraniano non possa sfruttare il sistema finanziario globale per finanziare le sue ambizioni nucleari, i programmi di armamento e i gruppi terroristici per procura”, ha scritto Bessent, lanciando un avvertimento diretto a Teheran: “Il mondo sta inviando un messaggio chiaro al regime iraniano: non ci fermeremo finché non sarà stata recisa ogni residua ancora di salvezza finanziaria”.

Hormuz, scontro tra Iran e Stati Uniti

Intanto, Teheran ribadisce che lo Stretto di Hormuz non sarà riaperto senza il consenso dell’Iran. Ibrahim Aziz, presidente della Commissione per la sicurezza nazionale e la politica estera del Parlamento iraniano, ha sostenuto che il Paese ha dimostrato di poter rendere concrete le proprie minacce nei confronti degli Stati Uniti. Washington, al contrario, afferma che il traffico petrolifero attraverso lo Stretto sarebbe “quasi” tornato ai livelli precedenti alla guerra. Secondo Vance, mercoledì sarebbero transitati circa 15 milioni di barili di petrolio nonostante il continuo fuoco iraniano.

Oman, respinta proposta Iraniana

Anche l’Oman è coinvolto nelle trattative sulla gestione del passaggio. Secondo quanto riportato dal New York Post citando fonti governative regionali, Mascate avrebbe respinto una proposta iraniana relativa alla gestione dello Stretto e alla riscossione di un pedaggio per i servizi di sicurezza e ambientali. Teheran aveva invece annunciato il 25 agosto di collaborare con l’Oman alla creazione di un corridoio temporaneo di navigazione e allo sminamento del percorso, prospettando anche un corridoio permanente.

Netanyahu: caduta del regime è a portata di mano

Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu indica nella caduta del regime iraniano il principale obiettivo strategico ancora da raggiungere. In un video diffuso dal suo ufficio, Netanyahu ha affermato che Teheran si trova in una fase di estrema debolezza e “sta combattendo per la propria sopravvivenza”. “Israele ha la capacità di eliminare questa minaccia una volta per tutte. Vale a dire, di far cadere questo regime. Questa è la principale missione che ci resta, ma è vicina, non è impossibile, è a portata di mano”, ha dichiarato il premier.

Seul valuta anche opzioni militari

Alla crescente tensione attorno a Hormuz guarda anche la Corea del Sud. Seul sta esaminando diverse opzioni, comprese misure militari, per contribuire a garantire la libertà di navigazione nello Stretto, secondo fonti della Casa Blu presidenziale. Le stesse fonti hanno respinto come “false” le affermazioni secondo cui la Corea del Sud non avrebbe fornito alcun sostegno. I colloqui sulla sicurezza tra Seul e Washington, tuttavia, “non stanno attualmente facendo progressi”.

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