Il Segretario alla Guerra americano Pete Hegseth ha prorogato fino al 2027 lo schieramento delle forze statunitensi in Medio Oriente. Una decisione che conferma la prospettiva di una presenza militare americana di lunga durata nella regione, in un quadro che resta segnato da fortissime tensioni con la Repubblica islamica.
Il dispositivo statunitense comprende 19 navi da guerra, tra cui due portaerei e 13 cacciatorpediniere lanciamissili, oltre a sistemi di difesa aerea, squadroni di caccia e reparti di paracadutisti.
Le forze americane sono impegnate nell’intercettazione dei missili iraniani, nella protezione delle navi commerciali e nel blocco dei porti e delle aree costiere dell’Iran.
Record di petroliere scortate nello Stretto di Hormuz
Intanto la Marina americana ha scortato attraverso lo Stretto di Hormuz 40 navi commerciali che trasportavano complessivamente 18 milioni di barili di petrolio. Si tratta di un vero e proprio record dall’inizio della guerra.
La maggior parte delle petroliere avrebbe tuttavia spento i propri transponder durante il passaggio nello stretto, con l’obiettivo di evitare di essere individuata.
A riferirlo è stata la Cnn, nell’ambito del bilancio delle ultime operazioni condotte dalle forze statunitensi nell’area.
Quasi 60 obiettivi iraniani colpiti
I bombardamenti americani hanno interessato simultaneamente quasi 60 obiettivi militari iraniani situati attorno allo Stretto di Hormuz. Nel mirino sono finiti siti della difesa aerea, sistemi radar, risorse marittime e capacità iraniane per la posa di mine.
L’obiettivo di Washington resta quello di mantenere il controllo delle rotte strategiche della regione e limitare la capacità militare di Teheran nelle acque dello stretto, passaggio fondamentale per i traffici energetici internazionali.
Missili e droni iraniani contro Kuwait e Bahrein
Nelle ultime ore è stato però registrato un nuovo attacco iraniano con missili e droni contro Kuwait e Bahrein. Una nuova offensiva destinata, secondo lo scenario delineato, a essere seguita da un’ulteriore raffica di raid americani contro le postazioni dei Pasdaran.
La spirale di attacchi e rappresaglie continua quindi ad alimentare il rischio di un allargamento del conflitto e rende sempre più difficile intravedere una soluzione militare o diplomatica in tempi brevi.
Trump tra pressione militare e timori elettorali
Sul fronte politico Donald Trump continua intanto a valutare diverse opzioni. Attaccato frontalmente dal New York Times, che lo accusa di non dire la verità, il presidente considera efficace la strategia volta a paralizzare l’economia della Repubblica islamica.
Le conseguenze economiche per Teheran sarebbero pesanti, senza però aver ancora provocato la resa dell’Iran. Trump avrebbe discusso con i suoi consiglieri anche della possibilità di dichiarare conclusa la guerra.
Il presidente ritiene però che mantenere alta la pressione possa costringere il regime iraniano a raggiungere un accordo oppure determinarne il collasso.
Sul tavolo c’è anche il peso della politica interna americana: un’ulteriore escalation potrebbe infatti danneggiare i Repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato di novembre.
“Preferisco la nostra posizione attuale”
Trump ha sintetizzato così la propria strategia: “Preferisco di gran lunga la nostra posizione attuale, con il controllo quasi totale dello Stretto di Hormuz e il collasso della loro economia”.
Poi una frase destinata ad alimentare nuove interpretazioni sulle reali intenzioni della Casa Bianca: “Stanno solo assistendo all’inevitabile. Quando il popolo iraniano si solleverà e combatterà?”.





