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Grano duro, l’allarme di Confagricoltura: superfici in calo, prezzi bassi e costi di produzione elevati

martedì, 1 Settembre 2026
3 minuti di lettura

È allarme per il grano duro italiano. A lanciare nuovamente l’appello è Confagricoltura, che da mesi richiama l’attenzione sulla crisi di un comparto strategico per l’agricoltura nazionale e per l’intera industria della pasta. Una crisi che, secondo la Confederazione, non è più soltanto congiunturale, ma rischia di diventare strutturale, mettendo in discussione la capacità dell’Italia di produrre internamente una quota adeguata della materia prima necessaria alla propria industria alimentare.

I numeri fotografano una situazione preoccupante. Secondo le elaborazioni del Centro Studi di Confagricoltura, tra il 2012 e il 2025 le superfici italiane destinate al grano duro si sono ridotte del 10%, mentre il tasso di autoapprovvigionamento è precipitato dal 78% al 56,5%. In altre parole, oggi il Paese riesce a coprire poco più della metà del proprio fabbisogno attraverso la produzione nazionale.

Sempre più import

Il risultato è una crescente dipendenza dalle importazioni. Per riportare l’Italia verso una condizione di autosufficienza, sostiene Confagricoltura, servirebbero oltre 880mila ettari aggiuntivi rispetto alle superfici attualmente disponibili.

I paradossi della produzione

Il paradosso è che i dati produttivi più recenti mostrano anche segnali positivi. Per la campagna 2024-2025 Confagricoltura aveva stimato una produzione nazionale superiore a 4,2 milioni di tonnellate, circa il 20% in più rispetto al 2024, grazie anche all’aumento delle superfici, arrivate a circa 1,28 milioni di ettari, e a condizioni climatiche favorevoli in alcune delle principali aree produttive.

I problemi restano

Ma una buona annata produttiva non basta a risolvere le difficoltà della filiera. Nel 2025, secondo un’analisi successiva di Confagricoltura, la superficie coltivata è risultata pari a circa 1,147 milioni di ettari, per una produzione di 3,8 milioni di tonnellate. L’Italia rimane così il primo produttore europeo di frumento duro, ma continua ad avere bisogno di grandi quantitativi di prodotto estero per soddisfare la domanda dell’industria pastaria.

L’import di Canada, Grecia e Turchia

Il fabbisogno dell’industria è infatti superiore alla disponibilità interna. Nel 2024 l’Italia ha importato circa 2,7 milioni di tonnellate di frumento duro, principalmente da Canada, Grecia e Turchia. Nello stesso anno il tasso di autoapprovvigionamento si è attestato al 57,8%, un valore molto vicino a quello indicato da Confagricoltura nel suo ultimo allarme.

Prezzi in discesa, costi in salita

A preoccupare maggiormente gli agricoltori è però l’equilibrio economico della coltivazione. Il prezzo del grano duro alla produzione ha registrato una forte contrazione: secondo Confagricoltura, il prezzo medio all’origine era già diminuito del 20% nella campagna 2023/2024 e ha continuato a scendere nella campagna successiva, passando da circa 288 euro a tonnellata nel settembre 2024 a 270 euro nel settembre 2025.

Contemporaneamente, diversi costi di produzione hanno seguito una dinamica opposta. Tra settembre 2024 e settembre 2025 il prezzo dell’urea è aumentato di oltre il 21%, mentre quello del nitrato ammonico è cresciuto del 16%. Un combinato disposto che comprime ulteriormente i margini degli agricoltori. In alcune aree la situazione è ancora più critica. In Emilia-Romagna, per esempio, Confagricoltura ha segnalato nel luglio 2025 rese medie in calo di circa il 20%, a fronte di prezzi sostanzialmente stabili e costi di produzione più elevati. La conseguenza è una forte riduzione della redditività della coltura.

La pasta italiana parte dai campi

Il problema non riguarda dunque soltanto i cerealicoltori. La disponibilità di grano duro nazionale è un tassello fondamentale per la tenuta di una delle filiere simbolo del Made in Italy. L’Italia è il primo produttore mondiale di pasta: nel 2025 la produzione è stata indicata in circa 3,6 milioni di tonnellate, con un fatturato di circa 7 miliardi di euro e un valore delle esportazioni pari a 4,1 miliardi di euro nel 2024. Ma proprio la dimensione dell’industria pastaria rende necessario il ricorso alle importazioni di grano duro. È in questo contesto che Confagricoltura guarda con favore alla campagna promossa dal Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste per invitare i consumatori a scegliere la pasta italiana, con particolare riferimento alla pasta prodotta utilizzando il 100% di grano duro italiano.

Il grano strumento geopolitico

Sul quadro nazionale pesa inoltre uno scenario internazionale caratterizzato da guerre, instabilità dei mercati e vulnerabilità delle rotte commerciali. “Ormai a tutti gli effetti i prodotti agricoli sono strumenti per condizionare le guerre che si combattono anche attraverso la capacità di consegnare o non consegnare navi di grano”, ha sottolineato il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti al Meeting di Rimini. Secondo Giansanti, il rischio riguarda anche l’inflazione alimentare, che può sfuggire agli strumenti tradizionali delle banche centrali: “Un rialzo dei prezzi del cibo genererà ulteriori scossoni in un mercato finanziario già turbato dalle guerre”.

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