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La lingua del calcio e del pugno

martedì, 1 Settembre 2026
3 minuti di lettura

La politica internazionale occidentale sembra attraversare una trasformazione profonda: la progressiva sostituzione della diplomazia con la coercizione. Non si tratta soltanto del ricorso alla forza militare. La coercizione contemporanea assume forme diverse: sanzioni economiche, isolamento diplomatico, condizionalità degli aiuti, restrizioni commerciali e tecnologiche, minacce di ritorsione e deterrenza militare. Strumenti differenti, ma riconducibili a una stessa grammatica politica: quella della pressione.

È la lingua del calcio e del pugno

Il problema non è che l’Occidente utilizzi strumenti coercitivi. Ogni grande potenza li utilizza e, in determinate circostanze, deve poterli utilizzare. Il problema nasce quando la coercizione smette di essere uno strumento della diplomazia e diventa il linguaggio principale attraverso il quale la diplomazia stessa viene condotta.

La diplomazia parte dal presupposto che anche l’avversario abbia interessi e che sia possibile costruire, attraverso il negoziato, una convergenza. La coercizione parte invece dall’idea che il comportamento dell’altro debba essere modificato aumentando il costo della sua scelta.

Negli ultimi anni Stati Uniti ed Europa hanno fatto ricorso con frequenza crescente a sanzioni, controlli sulle esportazioni, restrizioni finanziarie e condizionalità politiche. In molti casi tali misure sono state motivate dalla necessità di difendere il diritto internazionale, la sicurezza o determinati valori. Ma la legittimità di uno strumento non coincide necessariamente con la sua efficacia strategica.

Una politica può essere moralmente comprensibile e contemporaneamente produrre conseguenze geopolitiche indesiderate.

Il primo effetto è la crescente percezione dell’Occidente come attore condizionante. Per molti Paesi del cosiddetto Sud Globale il problema non consiste necessariamente nel rifiuto dei valori occidentali, ma nella sensazione che la cooperazione con Washington o Bruxelles comporti un prezzo politico crescente.

È precisamente in questo spazio che si inserisce la Cina

Pechino si presenta come un’alternativa pragmatica: infrastrutture, commercio, finanziamenti, tecnologia e investimenti. La Belt and Road Initiative rappresenta uno degli strumenti principali di questa strategia. Naturalmente la Cina non agisce per altruismo: persegue interessi nazionali, costruisce influenza e dipendenze economiche. Ma lo fa attraverso una grammatica che molti governi percepiscono come meno intrusiva.

Ed è qui che emerge il paradosso

L’Occidente possiede ancora una quantità straordinaria di potere, ma il potere non coincide con l’influenza. Il potere permette di imporre un costo; l’influenza permette di orientare una scelta senza doverlo necessariamente imporre.

Quando un Paese viene sottoposto a pressione può obbedire, ma può anche iniziare a cercare alternative.

È ciò che sta accadendo in numerose regioni del mondo. La crescita dei BRICS, la ricerca di strumenti finanziari alternativi al dollaro, la diversificazione delle relazioni commerciali e la crescente autonomia diplomatica di molte potenze regionali non rappresentano necessariamente una scelta contro l’Occidente. Sono spesso una scelta per non dipendere dall’Occidente.

La crescente multipolarità contemporanea nasce anche da questa esigenza di autonomia. Un Paese che può commerciare con la Cina, ricevere tecnologia occidentale, acquistare energia dalla Russia e mantenere rapporti politici con tutti dispone di un margine di manovra molto maggiore.

La conseguenza paradossale è che la pressione occidentale può accelerare proprio ciò che vorrebbe evitare: la costruzione di un sistema internazionale nel quale la coercizione occidentale diventa progressivamente meno efficace.

Le sanzioni incentivano circuiti finanziari alternativi. I controlli tecnologici accelerano l’autosufficienza. L’isolamento diplomatico incoraggia nuovi partenariati. La pressione strategica induce gli Stati a diversificare le proprie relazioni.

La Cina ha saputo inserirsi esattamente in questo spazio. L’accordo tra Arabia Saudita e Iran mediato da Pechino ha mostrato come il peso economico possa essere trasformato in capacità diplomatica. Pechino ha offerto una relazione nella quale la cooperazione non è stata immediatamente subordinata all’adesione a un determinato sistema politico o schieramento geopolitico. Intendiamoci Pechino usa anche essa il linguaggio della violenza, basti pensare alla disputa sul Mar Cinese Meridionale, ma essa non è esplicita nella sua grammatica diplomatica.

La sfida occidentale non consiste dunque nel rinunciare alle sanzioni, alla deterrenza o alla forza. Sarebbe irrealistico. Consiste nel chiedersi se la coercizione debba continuare a essere la lingua principale della politica estera.

Perché una diplomazia che parla quasi esclusivamente attraverso minacce, condizioni e costi rischia di non essere più percepita come diplomazia.

L’Occidente non rischia di perdere influenza perché è diventato debole. Rischia di perderla perché sta utilizzando la propria forza soprattutto per chiedere agli altri di adeguarsi, anziché per renderli interessati a restare nella propria sfera di influenza.

La vera alternativa alla coercizione non è la debolezza, ma una combinazione di forza, mercato, tecnologia, sicurezza, diplomazia e incentivi capace di rendere l’appartenenza all’orbita occidentale una scelta razionale.

La vera sfida, quindi, è trasformare nuovamente la forza in attrattività, la ricchezza in cooperazione e la superiorità tecnologica in influenza.

Perché il pugno può ottenere obbedienza. Ma difficilmente costruisce consenso.

Una grande potenza comincia a perdere egemonia non necessariamente quando diventa più debole, ma quando scopre che la propria forza non produce più automaticamente adesione.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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