Il premier israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe comunicato all’inviato statunitense Jared Kushner di essere disposto a “dare una possibilità” al piano in 15 punti promosso dall’amministrazione Trump per Gaza.
Secondo fonti di Axios, l’apertura arriva dopo che Netanyahu aveva contestato il documento durante una riunione di governo, ribadendo che “le Forze di Difesa Israeliane non effettueranno alcun ritiro finché Hamas non sarà effettivamente disarmato”.
Gli Stati Uniti cercano però di ridimensionare la portata dello scontro. L’ambasciatore americano all’Onu Mike Waltz ha spiegato che Washington e Gerusalemme condividono “lo stesso obiettivo” e divergono soprattutto “sulla sequenza e sulla tempistica”.
Una fonte statunitense citata da Axios ha aggiunto che la Casa Bianca non è preoccupata dalle dichiarazioni di Netanyahu, purché Israele continui a contenere le operazioni militari nella Striscia. Una fonte del Board of Peace ha sostenuto che, al di là della retorica, Israele starebbe rispettando l’intesa: sarebbero cessate le uccisioni mirate e l’Idf sarebbe tornata sulla cosiddetta “linea gialla”, che lascia alle forze israeliane il controllo di circa il 53% della Striscia. Sul fronte interno, però, resta forte l’opposizione dell’ala più radicale del governo.
Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha chiesto che Hamas e Hezbollah vengano “annientati fino all’ultimo”, sostenendo che la sicurezza israeliana non possa poggiare su accordi diplomatici. Intanto anche in Cisgiordania la tensione resta alta. Secondo dati delle forze di sicurezza israeliane riportati dall’emittente pubblica Kan, nei primi sei mesi del 2026 sono stati registrati 660 attacchi compiuti da coloni israeliani, contro i 405 dello stesso periodo del 2025: un aumento del 63%. Gli apparati di sicurezza classificano questi episodi come “crimini nazionalisti” e atti di terrorismo. Sono cresciuti del 50% anche gli attacchi contro le stesse forze di sicurezza israeliane, arrivati a 45 nel semestre.
Trump cambia priorità
Secondo il Wall Street Journal, Donald Trump sarebbe disposto a rinunciare, almeno per ora, a un nuovo accordo sul nucleare iraniano se Teheran garantisse la riapertura dello Stretto. Funzionari americani citati dal quotidiano sostengono che il presidente ritenga raggiunti gli obiettivi militari e consideri ora prioritario il ripristino del transito petrolifero. Trump ha confermato ad Axios una linea più prudente: “Stiamo mantenendo un profilo basso. Stiamo conducendo solo una trattativa parziale”, ha detto, indicando nella pressione economica uno degli strumenti principali contro Teheran.
Il Centcom ha riferito intanto di avere deviato 55 navi commerciali nell’ambito del blocco imposto ai porti iraniani. L’Iran, tuttavia, esclude un ritorno allo status quo. “Lo Stretto di Hormuz non tornerà alle condizioni precedenti alla guerra”, ha dichiarato il vicepresidente del Parlamento Ali Nikzad, secondo il quale Stati Uniti e Israele dovranno adeguarsi a un “nuovo ordine nella regione”.
Il portavoce del ministero degli Esteri Esmaeil Baghaei ha riferito che i colloqui con l’Oman sulle rotte navali procedono in modo “fluido e costruttivo” e che è già stata raggiunta un’intesa sulla mappa dei corridoi, mentre restano alcune questioni tecniche.
La pressione economica sull’Iran resta intanto elevata. Secondo la società di intelligence marittima Windward, i tre terminal dell’isola di Kharg, da cui passa normalmente circa il 90% delle esportazioni iraniane di greggio, risultavano vuoti. Diciassette petroliere con i transponder spenti sarebbero rimaste ferme nelle acque circostanti.
Libano e Yemen, tregua ancora fragile
La tensione resta alta anche sugli altri fronti. Il ministero della Salute libanese ha aggiornato a 4.335 morti e 12.277 feriti il bilancio dell’offensiva israeliana iniziata il 2 marzo. Nonostante l’accordo quadro raggiunto a giugno, sono stati segnalati nuovi attacchi israeliani nel Sud del Libano.
I negoziati diretti tra Beirut e Israele potrebbero intanto slittare oltre la fine dell’estate: tra i nodi ancora aperti ci sono le “zone pilota” di Bint Jbeil e Khiam, dove è previsto il ritiro delle forze israeliane e il loro rimpiazzo con l’esercito libanese. Stati Uniti e Israele avrebbero inoltre chiesto il ritiro di Hezbollah dalle alture di Ali al-Taher, nella zona di Nabatieh, mentre Beirut insiste sulla riaffermazione del cessate il fuoco e sulla fine delle violazioni israeliane.
In Yemen, sette persone – quattro soldati e tre civili –sono state uccise e altre 30 ferite in un attacco degli Houthi contro la città portuale di al-Mokha, sul Mar Rosso. Secondo le forze governative, i ribelli hanno impiegato droni e missili contro obiettivi militari e civili, comprese infrastrutture energetiche. Le difese yemenite affermano di avere intercettato 11 droni; gli Houthi sostengono invece di aver colpito truppe saudite e depositi di armi nel porto.





