Il piano americano per Gaza resta “l’unica via da seguire”. Nickolay Mladenov, alto rappresentante del Board of Peace voluto da Donald Trump, replica così a Benjamin Netanyahu, che domenica ha respinto il documento in 15 punti sostenuto da Washington per arrivare al disarmo di Hamas e al progressivo ritiro israeliano dalla Striscia.
“L’opzione che proponiamo oggi è l’unica strada che garantisce che questa tragedia non si ripeta”, ha detto Mladenov a Channel 12, riferendosi all’attacco del 7 ottobre 2023.
Il nodo resta la sequenza delle due operazioni. Netanyahu ha ribadito che le forze israeliane “non effettueranno alcun ritiro finché Hamas non sarà effettivamente disarmato”. Mladenov ha però precisato che anche il piano americano prevede passi verificabili prima di ogni arretramento dell’Idf: le armi dovranno essere consegnate, immagazzinate e rese inutilizzabili e soltanto allora Israele arretrerà progressivamente dalle proprie posizioni. “Non stiamo costruendo nulla sulla fiducia”, ha spiegato.
Washington minimizza lo scontro
Dietro le dichiarazioni pubbliche prosegue il pressing americano. Secondo Axios, Netanyahu avrebbe assicurato nei giorni scorsi all’inviato Usa Jared Kushner di essere disposto a “dare una possibilità” al piano. Un funzionario della Casa Bianca ha inoltre fatto sapere che Washington non è preoccupata dalla bocciatura pubblica del premier: “Comprendiamo le esigenze politiche di Bibi”, purché continui a rispettare le richieste americane, “soprattutto per quanto riguarda il contenimento degli attacchi a Gaza”. Anche l’ambasciatore Usa all’Onu Mike Waltz ha parlato soprattutto di divergenze su “sequenza e tempistica”.
La pressione statunitense riguarda più in generale la riduzione delle operazioni militari israeliane sui diversi fronti regionali. In Libano, tuttavia, l’agenzia Nna ha segnalato nuovi attacchi israeliani nel sud del Paese, mentre i colloqui diretti tra Beirut e Israele potrebbero non riprendere prima della fine dell’estate. Dal 2 marzo, secondo il ministero della Salute libanese, l’offensiva israeliana ha provocato 4.335 morti e 12.277 feriti.
Tensione anche nello Yemen, dove le forze governative riferiscono di sette morti, quattro militari e tre civili, e 30 feriti in un attacco con droni e missili Houthi contro il porto di al-Mokha. Le difese aeree avrebbero intercettato 11 droni.
In Iran torna Rezaei
Intanto Teheran rafforza il vertice della sicurezza. Mohsen Rezaei, ex comandante dei Guardiani della rivoluzione dal 1981 al 1997 e figura storica dell’ala più dura dell’apparato iraniano, è stato nominato segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Sostituisce Mohammad Baqer Zolqadr ed è stato designato anche rappresentante della Guida suprema nel Consiglio.
La nomina arriva mentre proseguono i negoziati tra Iran e Oman sulla navigazione nello Stretto di Hormuz. Il portavoce degli Esteri Esmaeil Baghaei ha parlato di colloqui “fluidi e costruttivi”, spiegando che è già stata raggiunta un’intesa sulla mappa delle rotte e che restano da risolvere alcune questioni tecniche.





