La sfida demografica e il crollo dei tassi di natalità sono ormai un orizzonte sistemico che mette sotto pressione l’intera società. È una sfida globale, ma sono proprio i Paesi a economia più avanzata, caratterizzati da sistemi produttivi complessi e da strutture di welfare più estese, quelli oggi maggiormente esposti.
È un apparente paradosso che ci impone di ragionare in modo sistemico, evitando spiegazioni semplici per un fenomeno che nasce dall’intreccio tra demografia, lavoro, redditi, servizi, abitazione, trasformazioni culturali e aspettative delle nuove generazioni. L’appuntamento odierno, nel quale INPS e ISTAT offrono il proprio contributo su sollecitazione delle organizzazioni impegnate nel sostegno alla genitorialità e alla natalità, arriva in un momento significativo per il nostro Istituto: subito dopo la presentazione del XXV Rapporto annuale. Un Rapporto che, proprio per l’impatto dell’INPS sulla società italiana, ha avuto un’eco importante. In particolare, le parti dedicate alla genitorialità, alla conciliazione tra vita e lavoro, alla condizione delle madri e al sostegno alla natalità hanno suscitato un dibattito acceso, che merita di essere affrontato nel merito, con i dati ma anche con la necessaria prospettiva temporale.
Il Rapporto annuale ci consegna una fotografia rigorosa della realtà italiana. Ma una fotografia, per quanto nitida, non è sufficiente a spiegare un fenomeno così complesso. Occorre trasformare quella fotografia in un film. Dobbiamo leggere i dati di oggi insieme a quelli di ieri, osservare l’evoluzione del nostro sistema di welfare e comprendere da dove siamo partiti, quali strumenti siano stati introdotti, quali siano stati progressivamente rafforzati e quale direzione sia stata intrapresa. Solo così possiamo distinguere tra un ritardo strutturale accumulato in molti decenni e una traiettoria di recupero già in atto.
Nessun singolo provvedimento può colmare in un anno o comunque in pochi anni un divario che si è formato nel tempo. Ma una direzione è chiaramente individuabile. Il consolidamento dell’Assegno unico e universale, il rafforzamento e la semplificazione del Bonus asilo nido, il potenziamento dei congedi parentali indennizzati all’80%, le misure rivolte alle madri lavoratrici, il Bonus nuovi nati e un ISEE più attento ai carichi familiari stanno componendo, un tassello alla volta, un’architettura più organica. Un’architettura che supera progressivamente la frammentarietà del precedente approccio e considera la famiglia non come destinataria di interventi episodici, ma come il centro di una politica integrata. È questo il punto dal quale dobbiamo partire. I dati sulla natalità ci impongono serietà. Nel 2025 in Italia sono nati circa 355.000 bambini e il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14.
Sono numeri che non possiamo minimizzare, perché incidono sulla sostenibilità economica e sociale, sul mercato del lavoro, sull’equilibrio tra le generazioni e sul futuro del sistema di welfare. Ma proprio perché il problema è serio, dobbiamo evitare interpretazioni semplicistiche. La denatalità italiana non nasce oggi. È il risultato di trasformazioni demografiche, economiche e sociali accumulate in molti decenni. Dal 2008 il numero delle nascite è diminuito ininterrottamente e, nel frattempo, si è ridotta anche la popolazione femminile in età fertile.
Nessun Governo può quindi invertire in uno o due anni una tendenza formatasi in un periodo tanto lungo. Ma questo non significa rassegnarsi. Significa agire adesso, con continuità, costruendo attorno alle famiglie un sistema stabile di sostegni, servizi e opportunità. Dobbiamo inoltre prestare molta attenzione al modo in cui raccontiamo questa realtà. È vero che le famiglie con figli, soprattutto quelle numerose e monogenitoriali, sono per loro natira di costi che affrontano maggiormente esposte al rischio di povertà. Ed è vero che la povertà minorile resta una ferita aperta del nostro Paese. Ma non credo sia corretto affermare che la natalità sia la principale causa di povertà. Una simile rappresentazione rischia di trasformare il figlio in un costo, la maternità in un rischio economico e la genitorialità in una scelta quasi irrazionale.
Il problema va letto nella direzione opposta. Non sono i figli a produrre povertà. Sono la precarietà lavorativa, i redditi insufficienti, la difficoltà di trovare una casa, la carenza di servizi e la penalizzazione professionale delle madri a rendere più difficile avere e crescere dei figli. Il compito dello Stato è fare in modo che la nascita di un bambino non comporti una caduta insostenibile del reddito e, soprattutto, che la maternità non determini per una donna l’uscita dal lavoro, la rinuncia alla carriera o una condizione permanente di svantaggio. È precisamente questa la direzione intrapresa negli ultimi anni. Non dobbiamo sostenere che il problema sia già risolto. Dobbiamo però dire con chiarezza che l’Italia non è ferma e che non partiamo dall’anno zero.
Creare fiducia nel futuro
Il punto centrale di ogni politica per la natalità è creare fiducia. Gli interventi economici, da soli, non sono sufficienti a determinare la scelta di avere un figlio. Nessuno decide di mettere al mondo un bambino perché riceve un bonus o un assegno. La decisione di diventare genitori coinvolge desideri, affetti, responsabilità e progetti di vita. Ma proprio per questo sarebbe sbagliato sottovalutare il valore degli interventi economici. Sentirsi sostenuti dallo Stato, anche economicamente, è essenziale. È il primo mattone della fiducia nel futuro sulla quale si basano le scelte delle famiglie aperte alla vita.
Una famiglia deve sapere che non sarà lasciata sola dopo la nascita di un figlio; che esisterà un sostegno continuativo al reddito; che potrà accedere a un asilo nido; che la madre non sarà costretta a uscire dal lavoro; che i genitori potranno dedicare tempo alla cura senza perdere una parte insostenibile della retribuzione; che, in presenza di una disabilità o di una condizione di non autosufficienza, le istituzioni continueranno ad accompagnarla. Le risorse economiche non acquistano il desiderio di un figlio, ma possono rimuovere la paura che impedisce di realizzarlo. La fiducia, però, non nasce da una sola misura. Nasce dalla continuità, dalla stabilità delle regole, dalla disponibilità dei servizi e dalla percezione che il sistema pubblico sarà presente durante tutto il percorso di crescita del figlio. Per questo le misure adottate non devono essere lette come una somma di bonus, ma come gli elementi di una politica stabile, riconoscibile e progressivamente più completa.
L’Assegno unico e universale
Il primo pilastro è l’Assegno unico e universale, la più importante misura strutturale di sostegno alle famiglie con figli. Nel 2025 sono stati erogati circa 19,8 miliardi di euro. Nei primi cinque mesi del 2026 sono stati corrisposti altri 8,3 miliardi, raggiungendo circa 6,1 milioni di nuclei familiari e 9,6 milioni di figli. L’Assegno unico non è un contributo occasionale legato soltanto al momento della nascita. Accompagna la crescita del figlio fino alla maggiore età e, in determinate condizioni, fino ai ventuno anni.
L’importo è modulato sulla situazione economica della famiglia e sono previste maggiorazioni per i figli successivi al secondo, per i nuclei numerosi, per i figli con disabilità, per le madri più giovani e, in presenza dei requisiti, quando entrambi i genitori lavorano. Realizza quindi un principio fondamentale: crescere un figlio ha un valore sociale e la collettività deve condividere una parte della responsabilità economica con le famiglie. Per la generazione dei nuovi nati del 2025, il tasso di accesso alla misura si è avvicinato al 935%. È un risultato che dimostra quanto sia importante non soltanto riconoscere un diritto, ma renderlo conosciuto e concretamente accessibile.
Le misure per le madri lavoratrici
Il secondo pilastro riguarda direttamente la tutela delle madri lavoratrici. Nel 2026 il Bonus mamme è stato aumentato da 40 a 60 euro per ogni mese di attività lavorativa, fino a un massimo di 720 euro annui. La misura riguarda, alle condizioni previste, le lavoratrici dipendenti e autonome con almeno due figli e con un reddito da lavoro non superiore a 40.000 euro.
La somma non concorre alla formazione del reddito imponibile e non rileva ai fini dell’ISEE. Per le lavoratrici dipendenti a tempo indeterminato con almeno tre figli continua inoltre a operare, nei casi previsti, l’esonero totale della quota dei contributi previdenziali a loro carico, fino al compimento del diciottesimo anno del figlio più piccolo. La finalità è aumentare il reddito netto delle madri, favorirne la permanenza nel mercato del lavoro e contrastare la penalizzazione economica e professionale che ancora troppo spesso accompagna la maternità. Dobbiamo essere chiari: la risposta alla denatalità non può essere il ritorno delle donne a casa. Le donne italiane possiedono competenze fondamentali per la crescita del Paese e hanno il diritto di realizzare insieme la maternità e il proprio progetto professionale. Il problema non è scegliere tra famiglia e lavoro. È eliminare le condizioni che ancora costringono troppe donne a compiere questa scelta.
I congedi
Il terzo pilastro è rappresentato dai congedi. Il congedo obbligatorio di maternità continua a garantire cinque mesi di astensione dal lavoro, accompagnati dalla tutela economica e previdenziale. Negli ultimi anni è stato inoltre rafforzato il congedo parentale. Per i lavoratori dipendenti che rientrano nelle condizioni stabilite dalla legge, tre mesi possono essere indennizzati all’80% della retribuzione. I beneficiari dei congedi parentali per effetto dell’incremento della misura sostitutiva del reddito sono cresciuti tra il 2023 e il 2025 del 25% con una punta di oltre il 54% per i papà.
È un intervento importante, perché un congedo formalmente previsto ma indennizzato in misura troppo bassa rischia di non essere realmente utilizzabile dalle famiglie con redditi medio-bassi. Accanto al congedo parentale vi sono i dieci giorni di congedo obbligatorio di paternità. Anche questa misura ha una funzione concreta e culturale. La cura dei figli non può essere considerata un compito esclusivamente femminile: deve diventare una responsabilità condivisa. Una maggiore partecipazione dei padri riduce il carico che grava sulle madri e contribuisce a limitare la penalizzazione professionale delle donne.
Il Bonus asilo nido
Il quarto pilastro riguarda i servizi per la prima infanzia. Il Bonus asilo nido può arrivare fino a 3.600 euro all’anno per i bambini e per le famiglie che rientrano nei requisiti previsti. È inoltre riconosciuto un contributo per forme di assistenza domiciliare nei casi in cui bambini affetti da gravi patologie croniche non possano frequentare il nido. Dal 2026 sono state introdotte importanti semplificazioni: la domanda può produrre effetti anche per gli anni successivi, fino al mese di agosto dell’anno nel quale il bambino compie tre anni, evitando alle famiglie di ripetere ogni volta l’intero procedimento. Una prestazione è realmente efficace soltanto quando è semplice da ottenere.
Il nido, inoltre, non è soltanto un servizio educativo. È un’infrastruttura sociale ed economica. La disponibilità di servizi accessibili riduce il rischio che una madre sia costretta a diminuire l’orario, a rinunciare a opportunità professionali o ad abbandonare completamente il lavoro. I nostri dati mostrano che dove il bonus nido è stato usato, ha favorito l’occupazione delle madri: +17% nella probabilità di occupazione tra le beneficiarie. Per questo il Bonus nido deve essere letto insieme agli investimenti destinati ad ampliare l’offerta dei servizi educativi: sostegno alla domanda e aumento dei posti disponibili sono due parti della stessa strategia.
Il Bonus nuovi nati e il nuovo ISEE
A queste misure si aggiunge il Bonus nuovi nati, un contributo di 1.000 euro per ogni figlio nato o adottato dal 1° gennaio 2025, riconosciuto ai nuclei che rientrano nella soglia ISEE prevista.
Nessuno pensa che un contributo una tantum possa, da solo, determinare la scelta di avere un figlio. Ma questo intervento si inserisce in un sistema più ampio composto dall’Assegno unico, dal Bonus nido, dai congedi e dalle tutele per le madri lavoratrici. È l’insieme delle misure a costruire fiducia. Dal 2026 è inoltre operativo, per alcune delle principali prestazioni familiari e di inclusione, un calcolo dell’ISEE più favorevole ai nuclei con figli. Sono state rafforzate le maggiorazioni della scala di equivalenza per le famiglie numerose ed è stata ampliata la franchigia relativa all’abitazione principale. Il nuovo indicatore viene applicato, tra l’altro, all’Assegno unico, al Bonus asilo nido e al Bonus nuovi nati, consentendo a un maggior numero di famiglie di accedere alle prestazioni o di ottenere importi più favorevoli. È un principio di equità: situazioni familiari profondamente diverse non possono essere trattate nello stesso modo.
Le famiglie con figli con disabilità
In questa strategia non sono state lasciate sole neppure le famiglie sulle quali gravano compiti di cura particolarmente complessi, come quelle che assistono un figlio con disabilità. Per queste famiglie la genitorialità richiede tempo, continuità assistenziale e la necessità di conciliare il lavoro con terapie, visite e percorsi educativi. L’Assegno unico riconosce maggiorazioni dedicate ai figli con disabilità e continua a essere corrisposto, in presenza delle condizioni previste, anche oltre i limiti ordinari di età. A ciò si aggiungono i permessi retribuiti previsti dalla legge 104, il congedo straordinario per l’assistenza ai familiari con disabilità grave, la contribuzione figurativa e le prestazioni economiche e assistenziali erogate dall’INPS.
Sono strumenti che consentono ai genitori di dedicarsi alla cura senza perdere completamente il reddito, il lavoro e la copertura previdenziale. Ma per queste famiglie non basta una prestazione economica. Occorre semplificare il rapporto con le amministrazioni e superare la frammentazione degli accertamenti e delle procedure. È questo il significato della riforma introdotta dal decreto legislativo n. 62 del 2024.
L’INPS assume progressivamente il ruolo di soggetto unico per la valutazione di base della condizione di disabilità, attraverso un procedimento che pone al centro la persona. La riforma introduce la valutazione multidimensionale e il progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato. È un cambiamento culturale prima ancora che amministrativo: non chiedersi soltanto quale prestazione spetti alla persona, ma quali sostegni siano necessari per consentirle di partecipare pienamente alla vita familiare, scolastica, sociale e lavorativa.
Il riconoscimento dei caregiver
Questo significa sostenere anche chi ogni giorno si prende cura di una persona fragile. Il lavoro dei caregiver familiari non può più rimanere invisibile. Produce benessere, tiene insieme le comunità e sostiene le persone più fragili.
Riconoscerlo significa proteggere le famiglie e tutelare in particolare le donne, che continuano a sostenere la parte prevalente del lavoro di cura e sono quindi maggiormente esposte al rischio di ridurre o abbandonare l’attività lavorativa. Il Governo ha avviato un percorso per il riconoscimento e la tutela delle persone che assistono in modo continuativo un familiare non autosufficiente o con disabilità. È inoltre prevista presso l’INPS una piattaforma dedicata ai caregiver, con l’obiettivo di facilitare l’accesso, l’informazione e il raccordo tra i diversi sostegni disponibili. Le politiche per la natalità non possono fermarsi alla nascita del figlio. Devono accompagnare le famiglie anche quando la vita presenta condizioni più complesse.
Il valore degli anziani nella famiglia
La costruzione della fiducia richiede anche il recupero del valore degli anziani nella famiglia e nella comunità. In una società che invecchia, non possiamo considerarli soltanto destinatari di pensioni o di interventi assistenziali. Gli anziani rappresentano esperienza, memoria, affetti e relazioni. Sono spesso il punto di equilibrio delle famiglie, il legame tra le generazioni e una presenza importante nella crescita dei bambini.
Essere circondati dalla presenza dei nonni e degli anziani rafforza il senso di appartenenza. Fa percepire la famiglia non come un nucleo isolato, chiamato ad affrontare da solo ogni responsabilità, ma come una rete nella quale tempo, esperienza e affetti possono essere condivisi. Anche questo incide sulla fiducia con la quale una coppia guarda alla possibilità di avere un figlio. Quando ci si sente inseriti in una comunità familiare e sociale, sostenuti dalle istituzioni e dalle relazioni tra le generazioni, ci si sente più capaci di affrontare la responsabilità di crescere un bambino. Dobbiamo quindi contrastare l’isolamento degli anziani e aiutarli, quando le condizioni lo consentono, a rimanere nel proprio contesto familiare e sociale.
Non si tratta di affidare ai nonni il peso dei servizi che devono essere garantiti dallo Stato. Si tratta di riconoscere il valore umano e sociale della loro presenza, sostenendola senza trasformarla in un obbligo. Il decreto legislativo n. 29 del 2024 ha delineato una politica organica in favore delle persone anziane, ponendo tra i propri obiettivi l’invecchiamento attivo, l’inclusione sociale, la prevenzione della fragilità e la permanenza della persona nel proprio contesto di vita. Per gli anziani non autosufficienti è stata inoltre introdotta, in via sperimentale dal 1° gennaio 2025 al 31 dicembre 2026, la Prestazione universale.
La misura è rivolta agli anziani di almeno ottant’anni che presentano un bisogno assistenziale gravissimo e gli ulteriori requisiti previsti. Integra l’indennità di accompagnamento con un assegno di assistenza fino a 850 euro mensili, destinato a remunerare il lavoro di cura o ad acquistare servizi qualificati di sostegno alla domiciliarità e all’autonomia personale. È una misura circoscritta, ma introduce un principio importante: quando possibile, la risposta alla non autosufficienza deve aiutare la persona anziana a restare nella propria casa, nel proprio ambiente e vicino ai propri affetti. Nella stessa direzione opera il Fondo nazionale per le non autosufficienze, che finanzia l’assistenza domiciliare sociale, l’integrazione con i servizi sanitari, i servizi di sollievo e gli interventi di sostegno alle persone non autosufficienti e alle loro famiglie.
Rimanere a casa, però, non deve significare essere lasciati soli. La domiciliarità richiede servizi, assistenza professionale e sostegno ai caregiver. Una politica per la natalità deve quindi essere anche una politica per le generazioni. Non possiamo occuparci dei bambini senza occuparci dei genitori; non possiamo sostenere i genitori senza riconoscere il ruolo dei nonni; non possiamo valorizzare gli anziani senza sostenere le famiglie che li assistono. Il welfare del futuro deve tenere insieme tutte le età della vita.
Il contrasto alla child penalty
Il punto decisivo resta il rapporto tra maternità e lavoro. Le analisi dell’INPS confermano che, dopo la nascita di un figlio, le madri subiscono spesso una penalizzazione professionale Possono diminuire le giornate lavorate e il reddito, rallentare i percorsi professionali e aumentare il rischio di uscita dal mercato del lavoro.
Non basta quindi sostenere economicamente una donna nel momento in cui diventa madre. Dobbiamo consentirle di mantenere il lavoro, continuare il proprio percorso professionale e condividere realmente con il padre il lavoro di cura. Le analisi contenute nel XXV Rapporto annuale mostrano che la combinazione tra servizi per l’infanzia e flessibilità organizzativa può ridurre fino all’87% la penalizzazione delle carriere legata alla maternità e accrescere le retribuzioni fino a 1.300 euro nell’anno successivo alla nascita. Bonus nido, flessibilità lavorativa, congedi adeguatamente retribuiti e stabilità occupazionale non sono interventi separati. Sono parti di una medesima politica. Nessuna misura, da sola, può essere sufficiente.
Il ruolo dell’INPS
In questa strategia l’INPS svolge una funzione centrale. L’Istituto non è soltanto il soggetto che eroga le prestazioni. È il punto nel quale le decisioni pubbliche diventano pagamenti, procedure, servizi e diritti concretamente esercitati. La nostra responsabilità è fare in modo che nessuna famiglia perda una prestazione per mancanza di informazioni o per eccessiva complessità. Vogliamo passare sempre di più da un’amministrazione che attende la domanda a un’amministrazione capace di accompagnare il cittadino e prevenire il fenomeno dei diritti inespressi. Il Portale della famiglia e della genitorialità risponde a questa impostazione. In un unico ambiente digitale vengono riuniti i principali servizi destinati alle famiglie, insieme ai simulatori dell’Assegno unico e del Bonus nido e alle informazioni sulle prestazioni potenzialmente spettanti. Perché anche la semplificazione è una politica familiare. Ogni modulo evitato, ogni passaggio automatizzato e ogni pagamento più rapido rappresentano tempo restituito alle famiglie.
Conclusioni
Le politiche familiari non producono automaticamente un aumento delle nascite nell’anno successivo. La scelta di avere un figlio dipende dalla stabilità del lavoro, dalla disponibilità di un’abitazione, dall’accesso ai servizi, dalla presenza di una rete familiare e sociale e, soprattutto, dalla fiducia nel futuro. Le famiglie non assumono una decisione destinata a incidere sui successivi venti anni sulla base di un incentivo temporaneo. Devono sapere che le istituzioni le accompagneranno nel tempo. Per questo la continuità delle politiche è importante quanto la loro dimensione economica.
Assegno unico, Bonus mamme, decontribuzione, congedi parentali rafforzati, congedo di paternità, Bonus nido, Bonus nuovi nati, nuovo ISEE, tutele per i figli con disabilità, riforma dell’accertamento, riconoscimento dei caregiver, interventi per la domiciliarità degli anziani e semplificazione amministrativa non sono provvedimenti isolati. Compongono una politica integrata che agisce sul reddito, sul lavoro, sui servizi, sul tempo di cura e sulle relazioni tra le generazioni. Certamente bisogna continuare. Dobbiamo ampliare i servizi educativi, rafforzare l’occupazione femminile, promuovere una maggiore condivisione delle responsabilità familiari e garantire stabilità alle misure. Dobbiamo sostenere in modo ancora più efficace le famiglie numerose, quelle monogenitoriali e quelle sulle quali gravano responsabilità di cura particolarmente complesse. Dobbiamo contrastare la solitudine degli anziani e aiutarli a rimanere, quando possibile, nella propria casa, nella propria famiglia e nella propria comunità.
Ma non partiamo dall’anno zero
Non siamo davanti a uno Stato assente. È stato costruito un sistema che considera la famiglia una priorità nazionale e riconosce la maternità, la paternità e il lavoro di cura non come fatti esclusivamente privati, ma come valori sociali da sostenere. Dobbiamo guardare i dati senza nasconderli, ma anche senza trasformare la nascita di un figlio in una diagnosi di povertà.
La natalità non è una fonte di povertà
Sono la povertà, l’insicurezza lavorativa, l’assenza di servizi, la solitudine e la mancanza di fiducia a ostacolare la natalità. Gli aiuti economici non possono, da soli, convincere una famiglia ad avere un figlio. Ma sapere che lo Stato sarà presente è il primo mattone della fiducia sulla quale si costruiscono le scelte di vita.
Dobbiamo fare in modo che nessuna persona rinunci a diventare genitore per paura di perdere il lavoro, di non trovare un asilo o di non riuscire a sostenere le spese essenziali. Dobbiamo garantire che nessuna famiglia venga lasciata sola quando la cura di un figlio richiede un impegno ancora più intenso e continuativo. E dobbiamo ricostruire attorno alle famiglie quel senso di comunità che nasce anche dall’incontro tra le generazioni: bambini, genitori, nonni e anziani uniti da una rete di affetti, responsabilità e solidarietà.
La natalità è una scelta di libertà, un investimento collettivo e una condizione per la continuità economica e sociale del Paese. Creare fiducia significa rendere quella scelta realmente possibile. Questa è la direzione intrapresa. Ed è una direzione che dobbiamo continuare a percorrere con serietà, stabilità e responsabilità.





