La premier lettone Evika Silina ha rassegnato le dimissioni giovedì, travolta dalle polemiche sulla gestione delle recenti incursioni di droni che hanno colpito infrastrutture strategiche nel Paese. La decisione, annunciata dopo un consiglio straordinario del governo, segna il punto più critico per la Lettonia dall’inizio delle tensioni con la Russia e i suoi alleati regionali. Silina, in carica da meno di un anno, era finita sotto pressione dopo che due droni provenienti dalla Russia avevano attraversato il confine e colpito depositi di carburante nella regione orientale.
L’opposizione l’aveva accusata di non aver dispiegato tempestivamente i sistemi anti‑drone, nonostante gli avvertimenti dei servizi di sicurezza. La premier aveva difeso la propria condotta, sostenendo che le difese erano state attivate “nei tempi previsti”, ma la fiducia politica si è rapidamente sgretolata. Le dimissioni arrivano in un momento di forte instabilità. La NATO ha rafforzato la sorveglianza aerea sui Paesi baltici, mentre Vilnius e Tallinn chiedono un coordinamento più stretto per evitare nuovi incidenti.
A Riga, il colonnello Raivis Melnis, già ministro della Difesa ad interim, è indicato come possibile successore, ma la coalizione di governo appare divisa. Silina, nel suo discorso di addio, ha ribadito di aver agito “con responsabilità e trasparenza” e ha avvertito che “la sicurezza nazionale non può essere sacrificata alla politica”. Tuttavia, la sua uscita riflette una tensione più profonda: la difficoltà dei Paesi baltici nel bilanciare la risposta militare con la stabilità interna, in un contesto di crescente pressione geopolitica.
La Lettonia, che negli ultimi mesi ha chiesto alla NATO di rafforzare le difese aeree, si trova ora senza una guida stabile proprio mentre la minaccia dei droni si fa più concreta. Le dimissioni di Silina aprono una nuova fase di incertezza per un Paese che vive ogni giorno all’ombra del conflitto russo‑ucraino.





