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Dalla visita di Rubio al futuro della NATO

giovedì, 14 Maggio 2026
1 minuto di lettura

La visita del Segretario di Stato americano Marco Rubio al Santo Padre sembra essere stata meno un’operazione politica interna americana e più un tentativo di ricucire i rapporti tra Washington e la Santa Sede in vista delle delicate elezioni di midterm. Tuttavia, il punto più rilevante non è stato l’incontro in Vaticano, ma il colloquio con il governo italiano, definito ufficialmente “amichevole, ma franco”: formula diplomatica che spesso nasconde divergenze profonde.

Alla base delle tensioni vi è soprattutto la crisi energetica europea. Dopo il conflitto russo-ucraino e la destabilizzazione del Medio Oriente, l’Europa si è trovata a sostenere costi energetici elevatissimi e una crescente difficoltà di accesso alle fonti di approvvigionamento. In molte capitali europee cresce la percezione che gli Stati Uniti sottovalutino questa vulnerabilità strutturale, provocando un progressivo disallineamento strategico tra Washington e gli alleati europei.

In questo contesto, la NATO attraversa una fase di forte stress. Gli Stati Uniti continuano a considerare prioritario il fronte indo-pacifico, mentre l’Europa resta dipendente dall’ombrello strategico americano senza aver costruito una vera integrazione su energia, difesa e demografia. Il nodo centrale non riguarda tanto la presenza militare americana in Europa quanto il valore strategico delle basi NATO, fondamentali per la proiezione globale di Washington.

Nonostante le tensioni, appare prematuro parlare di fine dell’Alleanza Atlantica. La NATO rimane il principale pilastro della sicurezza euro-atlantica, ma deve affrontare una ridefinizione complessa in un contesto segnato da rivalità regionali, fragilità energetiche e incapacità europea di coordinare efficacemente la spesa per la difesa, creando delle centrali uniche di acquisto.

A ciò si aggiunge la crisi demografica europea, che riduce la capacità di sostenere nel lungo periodo un eventuale conflitto convenzionale ad alta intensità. Nel frattempo il Mediterraneo e il Sahel continuano a essere aree sottovalutate, nonostante la crescita dell’instabilità jihadista e delle tensioni geopolitiche.

Sul fondo resta il tema più inquietante: il rischio nucleare. Sia il conflitto ucraino sia quello israelo-iraniano contengono elementi concreti di escalation tattica. La Russia considera indebolita la propria deterrenza nucleare e secondo le ali più dure (Karaganov) dovrebbe colpire prima di ogni pace per ripristinarla. Israele opera senza una dottrina nucleare formalmente dichiarata. Questo rende opachi i limiti di utilizzo. L’ Iran dal canto suo ha recentemente minacciato di arricchire l’ uranio per uso militare.

Anche il sistema di deterrenza europeo mostra fragilità evidenti. La componente subacquea francese, che rappresenta di fatto l’unica reale capacità autonoma europea di second strike nucleare, dispone di un numero molto limitato di sottomarini operativi, costantemente monitorati dagli hunter-killer russi. La deterrenza britannica, inoltre, attraversa una fase tecnica problematica dopo anni di difficoltà nei test missilistici lanciati da sottomarini.

Il sistema internazionale sta entrando in una fase di competizione permanente e crescente rischio di errore di calcolo. Ignorare questa trasformazione significherebbe esporre l’Europa a crisi ben più gravi di quelle affrontate negli ultimi decenni.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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