Mario Draghi ha scelto Aquisgrana, la città del ‘Premio Carlo Magno’, per consegnare all’Europa un avvertimento politico. L’ex Presidente della Bce, premiato ieri per il suo contributo all’unità europea, non ha di certo usato il palco per celebrare il passato dell’Unione, anzi: lo ha messo a confronto con un presente nel quale alleanze, regole e sicurezza non offrono più le certezze di un tempo. Davanti al Cancelliere tedesco Friedrich Merz, alla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e alla Presidente della Bce Christine Lagarde, Draghi ha chiesto ai leader di “avere coraggio. Per la prima volta siamo davvero soli insieme”. È questa la frase che ha dato in pratica il tono al discorso. Il mondo che aveva aiutato l’Europa a generare prosperità “non esiste più”: è più duro, frammentato e mercantilista. Gli Stati Uniti non possono più essere considerati garanti automatici dell’ordine internazionale del dopoguerra. Sotto la presidenza Trump, secondo Draghi, sono diventati “conflittuali e imprevedibili”. Decisioni con effetti diretti sulle economie europee vengono prese in modo unilaterale. Anche la sicurezza, per la prima volta dal 1949, non può più essere data per acquisita nei termini conosciuti finora.
La Cina non rappresenta un’alternativa stabile. Produce surplus industriali che il mercato globale non può assorbire senza danni per la base produttiva europea e sostiene la Russia, definita da Draghi “il nostro avversario”. In questo scenario, ogni dipendenza strategica va rivalutata. Il negoziato e il compromesso, ha detto l’ex Premier, sono stati cercati dall’Europa, ma “per lo più non hanno funzionato”. Ogni shock assorbito senza risposta riduce il costo del successivo e rende l’Unione più esposta.
Mercato unico incompiuto
Draghi ha riconosciuto i risultati del modello europeo: la pace, l’ingresso dei Paesi rimasti oltre la Cortina di Ferro, il mercato unico, l’euro, la libertà di movimento. Ma quell’architettura nacque per impedire concentrazioni di potere, non per affrontare crisi di questa portata. Per settant’anni ha garantito integrazione senza subordinazione. Oggi, però, i due presupposti su cui si reggeva sono venuti meno: un’economia aperta sostenuta da regole condivise e la convinzione che potere e sicurezza sarebbero stati garantiti da altri. Il nodo, per Draghi, è anche interno. L’Europa ha aperto la propria economia verso l’esterno, ma non ha completato l’apertura al proprio interno. Il mercato unico resta incompiuto, i capitali sono frammentati, le reti energetiche non sono abbastanza collegate. L’Unione si è affidata ai mercati per svolgere funzioni che una vera autorità politica comune non poteva esercitare, ma non ha dato a quei mercati la scala continentale necessaria. Da qui nasce un’economia asimmetrica, vulnerabile agli shock e debole nel trasformare risparmio, talento e capacità industriale in forza politica.
I dati da lui citati mostrano l’ampiezza del problema. Dal 1999 il commercio come quota del Pil è passato dal 31% al 55% nell’area euro, mentre negli Stati Uniti e in Cina è cambiato poco. Le imprese europee hanno cercato crescita fuori dai confini perché il mercato interno non offriva profondità sufficiente. La dipendenza emerge anche nei capitali e nell’energia: metà del capitale investito attraverso i fondi europei rifluisce negli Stati Uniti, l’Europa dipende dall’America per il 60% delle importazioni di Gnl e, nelle tecnologie pulite, non riesce ancora a sostenere la transizione senza catene cinesi.
Occhio alla difesa
Il ritardo tecnologico pesa sul prossimo decennio. Dal 2019 il divario di produttività oraria tra Europa e Stati Uniti si è ampliato di 9 punti percentuali, a parità di potere d’acquisto e a prezzi costanti. L’Intelligenza Artificiale rischia di aumentare la distanza: secondo gli scenari Ocse, circa metà della crescita della produttività nel prossimo decennio potrebbe derivare dall’IA. Ma servono energia, semiconduttori, infrastrutture di calcolo e capitale. Gli Stati Uniti puntano a spendere entro il 2030 circa cinque volte più dell’Europa nella costruzione di data center; la Cina procede su una scala simile. Per Draghi mercato unico e politica industriale non devono essere trattati come filosofie rivali. Se gli Stati membri provano politiche industriali su larga scala dentro un mercato ancora frammentato, rischiano di disperdere risorse e danneggiarsi a vicenda. Una domanda europea più forte può invece sostenere semiconduttori, tecnologie pulite e difesa. “Made in Europe”, in questa prospettiva, non è uno slogan identitario, ma un modo per usare con più decisione la domanda interna.
La difesa resta il punto decisivo. Un’alleanza nella quale l’Europa dipende dagli Stati Uniti per la sicurezza, ha spiegato Draghi, espone l’Unione anche nei negoziati su commercio, tecnologia ed energia. Il cambio di atteggiamento americano non deve essere visto solo come pericolo: può diventare un “necessario risveglio”. Più autonomia europea non indebolirebbe la Nato, ha aggiunto, ma renderebbe il rapporto transatlantico più equilibrato. La spesa europea in ricerca e sviluppo militare è appena un decimo di quella americana; i governi dell’Ue acquistano ogni anno tra 40 e 70 miliardi di euro in armi statunitensi e perdono altri 60 miliardi per mancate economie di scala.
Federalismo pragmatico
Da qui nasce la proposta di un “federalismo pragmatico”. L’azione a ventisette, secondo Draghi, spesso non produce ciò che il momento richiede. Le ambizioni entrano in procedure che rallentano e diluiscono le decisioni, fino a generare risultati insufficienti. I Paesi che avvertono l’urgenza devono poter andare avanti in aree concrete, con scelte nazionali approvate dai cittadini e risultati verificabili. La chiusura è un appello alla responsabilità politica. I cittadini che chiedono più Europa non domandano un progetto astratto, ma protezione, prosperità e capacità di agire: “Il compito ora è rispondere a questa fiducia con coraggio e dimostrare che l’Europa può ancora trasformare la crisi in unione”, ha concluso Draghi.





