Dopo tre anni di conflitto, l’esercito sudanese e le Forze di Supporto Rapido (RSF) si trovano in una situazione di stallo militare che sembra destinata a prolungarsi. Le linee del fronte, sparse tra Khartoum, Darfur e Kordofan, si sono cristallizzate in una guerra di posizione, dove nessuno dei due contendenti riesce a prevalere. Le RSF, nate come milizie paramilitari e poi trasformate in forza autonoma, controllano ampie zone urbane e vie di comunicazione strategiche, mentre l’esercito mantiene il controllo di parte delle infrastrutture e delle basi militari.
Il risultato è un Paese frammentato, con milioni di civili intrappolati tra bombardamenti, carestie e sfollamenti. Gli osservatori internazionali parlano di un conflitto che ha perso ogni logica militare e si è trasformato in una lotta di logoramento. Le RSF, guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemedti”, continuano a ricevere sostegno da reti regionali e traffici informali, mentre le forze regolari, fedeli al generale Abdel Fattah al-Burhan, cercano di mantenere la legittimità istituzionale. Tuttavia, la guerra ha ormai distrutto gran parte dell’economia sudanese: il sistema sanitario è al collasso, le scuole chiuse, e oltre otto milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case.
Le iniziative diplomatiche promosse da Stati Uniti, Arabia Saudita e Unione Africana non hanno prodotto risultati concreti. Ogni cessate il fuoco è stato violato nel giro di poche ore, e le trattative si sono arenate tra accuse reciproche e interessi regionali divergenti. Nel frattempo, la popolazione vive in condizioni sempre più disperate, con accesso limitato a cibo, acqua e cure mediche. Gli analisti temono che lo stallo possa trasformarsi in una guerra permanente, dove la sopravvivenza quotidiana sostituisce ogni prospettiva politica.





