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Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio
Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio

Per aiutare il suo popolo Meloni è costretta a chiedere il permesso all’Europa

giovedì, 28 Maggio 2026
3 minuti di lettura

Ancora una volta in maniera più perentoria e decisa all’Assemblea di Confindustria è dovuta intervenire la nostra premier Giorgia Meloni per chiedere alla Commissione europea di estendere temporaneamente il campo di applicazione della clausola di salvaguardia nazionale, già prevista per le spese di difesa, anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica.

Già in passato il nostro Presidente del Consiglio aveva fatto presente che: “lo straordinario incremento dei costi energetici rappresenta una circostanza eccezionale, al di fuori del controllo degli Stati membri, con pesanti ripercussioni sulle finanze pubbliche… Non possiamo giustificare agli occhi dei nostri cittadini che l’Ue consente flessibilità finanziaria per sicurezza e difesa e non per difendere famiglie, lavoratori e imprese da una nuova emergenza energetica che rischia di colpire duramente l’economia reale”.

Ma a questa ragionevole richiesta un portavoce della Commissione Ue ha ribadito, ancora una volta, che l’orientamento della Commissione non prevede deroghe. “La nostra posizione non è cambiata. Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica. Al momento non stiamo includendo la clausola di salvaguardia nazionale tra queste soluzioni”, anche se la Commissione dice che: “sta monitorando da vicino la situazione sull’energia e saremo pronti a esaminare il quadro delle flessibilità esistenti nel contesto di governance fiscale dell’Ue. In questa fase l’attenzione è rivolta a sfruttare appieno i finanziamenti Ue già disponibili, che sono molto significativi”.

Ma capite bene a quale punto siamo arrivati ed in che situazione ci troviamo? Il nostro capo dello governo è costretto a chiedere il permesso all’Europa se possa o meno aiutare le famiglie italiane a pagare le bollette della luce e del gas, che sono arrivate alle stelle, e se può o meno sostenere le imprese italiane a sopravvivere per il caro energia.

L’assenza dell’opposizione

Ma l’aspetto più grave di tutta questa vicenda è che la posizione di Giorgia Meloni non venga sostenuta coralmente, oltre che dalla maggioranza, anche dall’opposizione, cioè da tutta la politica italiana. Ci si sarebbe aspettato quantomeno una raffica di dichiarazioni a sostegno da parte dei vari leader delle minoranze: la Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni, Renzi e Calenda. E anche di qualche sempre loquace esponente della Chiesa. Invece niente.

Eppure in difesa delle fasce più fragili della popolazione italiana e di tutto il sistema economico e produttivo sarebbe dovuto partire da tutto il Parlamento italiano un coro di proteste, se non una grande pernacchia del tipo di quelle del mitico Totò, o, se non addirittura, un grosso e sonoro “vaffa Europa”.

Come siamo arrivati a questa subordinazione

Ma come si è arrivati a questa condizione di completa subordinazione ai diktat della Commissione europea e perché l’Italia si trova ad essere così debole di fronte ad istituzioni europee così rafforzate?

Le cause vanno ricercate a quanto accaduto qualche decennio fa. Ma anche a non aver saputo, più recentemente, approfittare dell’occasione della proposta della Commissione di disegnare nel 2023 la nuova governance economica, che avrebbe potuto e dovuto superare finalmente molte delle “regole stupide” del Patto, che nel passato avevano paralizzato il nostro come altri Paesi ad elevato debito pubblico. Ma così non fu e nonostante le richieste reiterate del nostro Premier Giorgia Meloni nei vari incontri che si tennero per discutere la nuova agenda strategica dell’Ue.

Si ricordi l’ultimo Ecofin del 2023 ed in particolare la cena di lavoro che si tenne il 17 novembre a Zagabria con il primo ministro croato Andrey Plenkovie, con l’allora presidente del Consiglio europeo Charles Michel, con i capi di stato di Polonia, all’epoca Mateusz Morawiecki e di Malta: le “regole stupide” non furono rimosse.

Le richieste dell’Italia ignorate

In sintesi la nostra premier aveva chiesto che si tenesse conto degli investimenti strategici, dalla transizione verde e digitale alle spese per sostenere militarmente l’Ucraina, sapendo bene che il ritorno alle vecchie regole sarebbe stato esiziale per la nostra economia. Ed aveva ribadito che l’Italia chiede lo scorporo degli investimenti su transizione green e digitalizzazione, oltre che quelli relativi alla Difesa, i settori che vengono considerati strategici e passibili di regole a parte, anche dalla Commissione aggiungendo che: “Non ha senso che questo tipo di investimenti, finisca con il fare nuovo debito, sarebbe davvero un paradosso”“è cruciale che gli aggiustamenti delle regole di bilancio non arrechino danni agli investimenti”.

Di fatto sono rimasti in vigore i valori di riferimento del 3 per cento e del 60 per cento rispettivamente per il deficit e il debito pubblico in rapporto al PIL e soprattutto i poteri di condizionamento e di interdizione nella politica economica dei singoli Stati.

Cosa occorre fare

Ora la crisi energetica che stiamo vivendo ha reso ancora più evidenti le criticità dell’attuale quadro di governance economica europea, ma ne ha anche fatte emergere altre, legate in particolare all’accumulazione di debito pubblico emesso per far fronte alle conseguenze delle crisi precedenti, per cui occorrerebbe, se non congelare le regole del Patto di stabilità e prevedere una modifica dei Trattati, almeno provvedere ad un intervento sul diritto derivato e sull’attuazione delle regole di crescita.

Riccardo Pedrizzi

Riccardo Pedrizzi

Presidente Nazionale del CTS dell'UCID

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