mercoledì, 23 Settembre, 2020
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L’immobilismo porta l’Italia al 35° posto in Europa per diritti e politiche LGBT+

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Secondo l’Eurobarometro speciale 493 Discrimination in the Eu (including Lgbti), per il 76% degli europei, gay, lesbiche e persone bisessuali devono godere degli stessi diritti degli eterosessuali. In realtà, però, questa convinzione muta notevolmente tra gli Stati.

Il 17 maggio ricorre la Giornata mondiale contro omofobia, bifobia e transfobia, instituita dall’Unione europea e dalle Nazioni Unite per celebrare il giorno in cui, nel 1990, l’omosessualità fu cancellata dalla lista delle malattie mentali.

In prossimità di tale data, dal 2009, l’organizzazione non governativa ILGA-Europe fornisce un benchmarking annuale per illustrare la situazione legale e politica delle persone LGBT+ in Europa.

Rainbow Europe mette a confronto 49 paesi europei in sei categorie: uguaglianza e non discriminazione; famiglia; crimini d’odio e discorsi d’odio; riconoscimento legale del genere e integrità fisica; spazio nella società civile; asilo.

L’obiettivo di tale documento, in particolar modo delle raccomandazioni, è incoraggiare le politiche nazionali ad affrontare i temi più urgenti nel quadro di una riduzione delle diseguaglianze legate all’orientamento sessuale. 

Il 14 maggio scorso è stato pubblicato l’undicesimo Rainbow Map and Index dal quale emerge chiaramente che i paesi un tempo virtuosi, sono in una fase di stallo rispetto agli impegni presi per diminuire il gap tra eterosessuali e persone LGBT+. 

I risultati, infatti, confermano che nel 49% dei paesi non si è avuto alcun cambiamento positivo, ma che anzi, per il secondo anno consecutivo, l’Europa sta regredendo. 

La relazione di quest’anno, che mostra gli sviluppi avvenuti nel corso del 2019, dipinge un quadro ben diverso da quello ostentato: nello specifico sono aumentati i discorsi d’odio, soprattutto online, e gli attacchi fisici consumati nei confronti di persone LGBTI. 

Dalla classifica 2020 ancora una volta le prime tre posizioni sono riservate a Malta (89%), Belgio (73%) e Lussemburgo (73%), mentre le ultime ad Armenia (8%), Turchia (4%) ed Azerbaigian (2%).

Per trovare l’Italia occorre spingersi fino 35° posto, preceduta dall’Ungheria di Orban, la Serbia, l’Albania, la Macedonia del Nord, la Grecia e l’Estonia.

Il nostro Paese ha mostrato tutto il suo immobilismo. Sono 69 i criteri adottati dall’ILGA per stilare la classifica, ed il punteggio totale dell’Italia è di circa 23%.

Lo Stato italiano con il Decreto Legislativo 9 luglio 2003, n. 216 si è conformato alla direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, ma di contro sono solo 7 le regioni con leggi antidiscriminazione: Umbria, Emilia Romagna, Piemonte, Toscana, Liguria, Marche e Sicilia.

Dopo la Legge Cirinnà del 2016 sulle unioni civili, l’Italia ha dimostrato scarsa attenzione per politiche relative alla parità di genere. 

Seppure dei passi sono stati fatti, si tratta in ogni caso di fenomeni isolati, come la Legge regionale contro le discriminazioni e le violenze determinate dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, approvata il 27 luglio dello scorso anno dalla Regione Emilia Romagna. 

È vero che non sono state imposte limitazioni alla comunità LGBT+ nell’ambito della società civile: nessun ostacolo statale alla libertà di riunione, associazione e di espressione, i difensori dei diritti umani LGBT+ non sono a rischio, nessuna legge limita i finanziamenti esterni. Ma a far precipitare l’Italia così in basso nella classifica sicuramente hanno concorso altri eventi, come i crimini d’odio consumati nel 2019: Arcigay ha raccolto 187 casi, segnando un netto aumento rispetto ai 119 dell’anno precedente. 

Altro affondo è stato dato dal Decreto Paesi Sicuri, entrato in vigore il 22 ottobre 2019. Quest’ultimo mette a rischio richiedenti asilo LGBT e vittime di tratta, poiché 5 dei 13 paesi finiti nell’elenco criminalizzano le relazioni tra persone dello stesso sesso (Algeria, Ghana, Marocco, Senegal, Tunisia). 

Riguardo, poi, al delicato tema della famiglia, nel giugno 2019 la Corte costituzionale ha confermato la legittimità costituzionale del divieto delle coppie dello stesso sesso di accedere alla fecondazione in vitro, e risale all’ottobre dello stesso anno la sentenza della Corte costituzionale con cui si è dichiarato inammissibile il caso di due madri a Pisa, in merito alla registrazione del figlio.

Senza contare che si attende da 20 anni una legge contro l’omofobia. L’ultima proposta è stata presentata il 2 maggio 2018 dall’onorevole Alessandro Zan ed è ferma in Commissione Giustizia da ottobre 2019; modificherebbe gli articoli 604-bis e 604-ter del codice penale, introducendo il reato d’incitamento all’odio, alla violenza o alla discriminazione basata sull’orientamento sessuale, nonché un’aggravante nei reati comuni.

Con una legge del genere lo Stato garantirebbe certamente maggiore sicurezza alle persone LGBT+, ma allo stesso tempo significherebbe accettare che l’orientamento sessuale e l’identità di genere sono aspetti della personalità degni di quella particolare considerazione che merita tutela da parte dell’ordinamento civile.

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