domenica, 3 Marzo, 2024
Il Cittadino

La lezione ecologica dell’Ecuador

Dell’Ecuador, fino a venerdì mattina, sapevo solamente che era un piccolo Paese dell’America Latina, situato proprio sull’Equatore, cui appartengono le Isole Galápagos: delle quali sapevo soltanto che avevano ispirato alcuni studi di Darwin.

L’ignoranza mi portava a generalizzare, soprattutto sulle negatività: democrazia traballante e dubbia, autoritarismo, disordine, droga, miseria. Un atteggiamento del tutto identico a quello che rimprovero a chi guarda alla mia Locride, con tutti i pregiudizi, vedendo solo le negatività.

Stavo quasi per saltare la notizia, data da Amnesty International: sapevo dell’omicidio di alcune settimane fa di un candidato alla presidenza (le elezioni ecuadoriane sono in corso in queste settimane) e mi aspettavo, quindi, un qualche appello alla democrazia e al rispetto dei diritti umani.

Distrattamente ho letto il titolo del comunicato (firmato da Riccardo Noury) «Ecuador, vittoria del movimento ecologista: no alle trivelle nella riserva Yasuni».

Da quel momento in poi, però, sono stato attentissimo ed ho studiato, scoprendo nell’Ecuador una realtà che mi ha dato ottimismo e speranza: e non soltanto per il risultato del referendum.

Ma partiamo proprio da questo. La notizia è che con circa il sessanta per cento dei voti, il popolo ecuadoriano ha bocciato lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi  esistenti all’interno del Parco nazionale Yasuni, che (ho studiato) fa parte della foresta Amazzonica ecuadoriana, “dichiarato riserva della biosfera dall’Unesco già nel 1969”.

Approfondendo la notizia scopro una verità che non fa molto onore alle grandi economie della Terra: che non hanno trovato il modo di compensare economicamente la salvaguardia di quel pezzo di territorio, vitale per il mondo, di uno Stato di appena diciotto milioni di abitanti: il Presidente Correa aveva chiesto un ristoro per salvaguardare quella biosfera Unesco; i ricchi gli hanno risposto negativamente e la trivellazione è cominciata.

Ora la gente dell’Ecuador ha chiesto di smettere, rinunciando al vantaggio economico derivante dal petrolio: ciò che nel mondo occidentale dubito possa ancora accadere.

Ma le sorprese ecuadoriane non finiscono qui: nel Parco nazionale Yasuni,  una delle più grandi aree di biodiversità del pianeta, vivono in isolamento volontario due gruppi nativi: i Tagaeri e i Taromenane. Non vi sarò mai grato abbastanza, miei carissimi quaranta lettori, per le cose che mi fate imparare. Non potendovi dire di due popoli di cui non so nulla, ho studiato anche su questo argomento, trovando una magnifica ricerca dell’Università di Padova del 2018 (De Marchi, Pappalardo, Ferrarese, Codato, Diantini).

Nella ricerca si esamina la riserva, dalla sua istituzione (1999), primo esempio al mondo, di una zona Intangibile riservata al diritto all’autodeterminazione dei popoli così detti “incontattati”: cioè che non sono mai stati in contatto con la civiltà del nostro tempo.

Volontariamente i Tagaeri-Taromenane vogliono vivere isolati, nel loro territorio. Anche se, nota la ricerca, la Zona Intangibile Tagaeri-Taromenane (ZITT), un’area di 7500 km2 della regione amazzonica ai confini con il Peru, non corrisponde alle esigenze di quei popoli, nomadi per natura (per quanto, noto, sia più o meno la dimensione del Friuli-Venezia Giulia). Lo Studio poi esamina proprio la problematica derivante dall’estrazione del petrolio, che minaccia l’intangibilità e la scelta di isolamento di quelle genti.

Il fine della ricerca è «di visualizzare l’oggi e immaginare il domani, sapendo che il destino di questo angolo dell’Amazzonia non è necessariamente definito: si tratta di una regione ad alta complessità territoriale con la possibilità di articolare una rete tra aree protette, territori indigeni e corridoi ecologici culturali, alla ricerca di percorsi alternativi di sviluppo locale».

La sensibilità ecologica è un fatto anche e soprattutto economico, oltre che culturale. Il ricco mondo nord-occidentale ha messo il problema al centro del suo sviluppo ulteriore. Ma il resto del mondo sta sviluppandosi sulla base di un modello dello scorso secolo, senza andare troppo per il sottile, specie sull’utilizzo e l’uso di fonti di energia minerarie (quasi un tabù alle nostre latitudini) e senza curarsi dell’emissione di CO2 nell’atmosfera.

Per tacere dell’insensibilità ecologica della follia della guerra che rimane ancora uno dei mezzi più utilizzati di risoluzione dei contrasti internazionali.

Una notte di bombardamento su Kiev inquina più di un milione di automobili Diesel Euro Zero. E l’inquinamento è il minor problema, portando le bombe distruzione e morte.

Ma proprio la valenza economica delle scelte ecologiche rende ancora più unico e importante l’esito del referendum in Ecuador. Con esso una popolazione non certamente ricca (l’Ecuador, dicono le classifiche, ha la 61ª economia mondiale) ha chiesto al suo governo di cessare l’estrazione del petrolio e di rispettare non solamente quella riserva naturale, quell’angolo di foresta amazzonica. Ma anche il diritto di autodeterminazione di due piccole popolazioni, i i Tagaeri-Taromenane per l’appunto, di vivere ignorando tutto della nostra civiltà. Il diritto di due tribù di mantenere la loro antica abitudine nomade, con un modello di vita che a noi risulta inconcepibile, ma che ha un senso profondo e che, comunque, è una ricchezza del pianeta, come ogni biodiversità e come ogni cultura.

La lezione che ci arriva dall’Ecuador è particolarmente importante e ci deve fare riflettere veramente sul nostro futuro ecologico.

È vero che si deve perseguire uno sviluppo sostenibile. Ma il benessere economico non può essere la sola bussola che guida i nostri passi. Il rispetto del pianeta – che comprende anche il rispetto di ogni cultura umana, anche di chi rifiuta il progresso – merita molto di più.

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