sabato, 19 Settembre, 2020
Politica

Vincolo di mandato? No, di coalizione

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Dopo aver ottenuto il taglio dei parlamentari ora Di Maio insiste per modificare un altro articolo (67) della Costituzione, quello che stabilisce che ogni parlamentare rappresenta la Nazione ed esercita la sua attività senza vincolo di mandato.

Nelle proposte dei 5stelle bisogna sempre distinguere tre cose: l’obiettivo che si propongono, lo strumento che scelgono per raggiungerlo e le conseguenze reali delle loro scelte.

Nel caso del taglio dei parlamentari l’obiettivo è risparmiare; lo strumento scelto è la riduzione dei rappresentanti del popolo (con un risparmio ridicolo) e la conseguenza reale è che la distanza tra elettori ed eletti cresce. E questo è esattamente il contrario di quello che il M5s ha sempre chiesto: avvicinare gli eletti al popolo. Insomma un capolavoro di incongruenza.

E passiamo all’eliminazione del vincolo di mandato.

L’obiettivo è evitare il trasformismo e il cambio di casacca dei parlamentari; lo strumento scelto è quello più devastante: togliere al parlamentare il diritto di rappresentare la Nazione e ridurlo a rappresentare solo il suo partito; la conseguenza è che si rafforzano la partitocrazia e il dominio delle elites che governano. E anche questa conseguenza stride platealmente con la predicazione dei 5s contro i potentati (i partiti diventerebbero sempre più potenti), contro i poteri forti (i partiti entrerebbero in questo salotto indistinto di gente che comanda sulle coscienze degli eletti dal popolo). Insomma, un altro capolavoro di incoerenza.

La cosa più strana in questa scoordinata riforma costituzionale è che il M5s non propone una legge che attui l’articolo 49 della Costituzione per renderli effettivamente democratici e dotati di statuti adeguati al dettato costituzionale.

No, si riducono i seggi dei parlamentari, si vogliono trasformare gli eletti in ubbidienti servitori dei partiti, ma i partiti non si toccano.

Si potrebbe chiedere a Di Maio e a chi sostiene queste tesi: ma se è così sbagliato che un parlamentare possa cambiare idea nel corso della legislatura e passare da un partito ad un altro perché non è altrettanto riprovevole che un partito che si è presentato agli elettori con un programma e con una dichiarazione di possibili alleati possa poi cambiare programma ed alleati?

Insomma ciò che dovrebbe essere vietato ai parlamentari viene consentito ai partiti sulla cui democrazia interna non c’è alcuna garanzia? E con quale motivazione?

In Italia abbiamo un grosso problema: la vita breve dei governi. Ne abbiamo avuti 65 in 73 anni, con una durata media di 13 mesi e mezzo. Si chiama instabilità ed ha conseguenze devastanti sul lavoro del Parlamento, sulla credibilità del Paese, sull’economia e, per conseguenza, sulla vita dei cittadini e delle famiglie.

È l’instabilità politica non il mandato imperativo il problema che dovrebbe essere affrontato. E c’è un solo modo per farlo: introdurre nella Costituzione la sfiducia costruttiva, secondo il modello che ha ben funzionato in Germania. Chi vuol far cadere un Governo deve indicare con quale coalizione lo intende sostituire e di conseguenza formare un nuovo Governo con questa coalizione, altrimenti si sciolgono le Camere e la parola torna agli elettori.

Se fosse esistita questa regola avremmo avuto la metà dei governi e sicuramente una stabilità politica maggiore.

Tra l’altro è proprio la possibilità di far cadere i governi senza accollarsi l’onere di formare una nuova maggioranza uno degli incentivi al cambio di casacca che tanto dispiace a Di Maio. Istituendo la sfiducia costruttiva automaticamente si ridurrebbe il numero di transfughi da un partito all’altro.

Inoltre, con il taglio dei parlamentari e la conseguente necessità di introdurre una legge proporzionale senza quote maggioritarie, i governi futuri saranno necessariamente di coalizione. Se si vuole evitare che l’Italia continui ad essere un Paese in cui i governi durano in media 13 mesi o anche meno, occorre introdurre subito la sfiducia costruttiva: il vero vincolo di coalizione che ridurrà il trasformismo di comodo e legittimerà i cambi di alleanze sulla base di un diritto/dovere sancito dalla Costituzione.

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