La Germania si candida apertamente a diventare la potenza guida del continente. Il recente documento strategico sulla sicurezza nazionale lo afferma esplicitamente, e il cancelliere Friedrich Merz ha dichiarato l’intenzione di costruire il più potente esercito convenzionale d’Europa, sostenuto da investimenti che superano il trilione di euro.
Ridurre questa svolta alla sola minaccia russa sarebbe un errore di analisi. La nuova postura tedesca nasce anche da una profonda trasformazione economica interna: per decenni la Germania ha fondato la propria forza su un modello industriale orientato all’export, in particolare nel settore automobilistico. Oggi quel modello è sotto pressione crescente dalla concorrenza cinese. La militarizzazione dell’economia è quindi anche una strategia di riconversione produttiva, capace di sostenere l’occupazione e preservare il consenso sociale.
Da questa evoluzione derivano tre considerazioni. La prima riguarda la sostenibilità del nuovo modello: un’industria della difesa di tali dimensioni non può sopravvivere con i soli acquisti nazionali. La Germania dovrà esportare, intrecciando sempre più politica estera e politica industriale. ReArm Europe può iscriversi anche in questa logica.
La seconda concerne il rapporto tra interessi tedeschi e interessi europei. La proiezione di potenza di Berlino verrà presentata come contributo alla sicurezza collettiva, ma come ogni grande potenza la Germania agirà innanzitutto in funzione delle proprie priorità. Non vi è ragione storica per ritenere che gli interessi di Berlino coincidano automaticamente con quelli di Roma, Madrid o Varsavia. Il rischio è che l’integrazione della difesa europea si trasformi in una progressiva germanizzazione delle scelte strategiche dell’Unione.
La terza questione è di natura politica interna. La Germania di oggi non è solo quella della Repubblica Federale cresciuta sotto l’ombrello americano. Comprende anche l’eredità della DDR, che non ha condiviso il medesimo percorso culturale e politico dell’Ovest. In questo contesto, l’AfD — primo partito nei sondaggi, nato e radicato nella Germania orientale — non è un dettaglio. Un progressivo spostamento del baricentro politico potrebbe produrre una lettura molto diversa delle relazioni internazionali, dei rapporti con la Russia, del ruolo stesso della Germania nel mondo.
Tutto ciò avviene con il via libera di Washington, che ha concesso licenze speciali per la produzione in Germania di sistemi d’arma americani. Gli Stati Uniti non abbandonano l’Europa: ridisegnano la propria presenza, facendo di Berlino il loro hub produttivo e operativo privilegiato. Ma questa scelta contiene un paradosso storico: Washington sta armando un alleato che potrebbe diventare troppo pesante da gestire. Non un nemico — ma un partner con una propria agenda. È la trappola in cui sono cadute le grandi potenze quando hanno delegato capacità senza mantenere il controllo dei fini.
La questione tedesca, che molti ritenevano appartenere al passato, potrebbe tornare a essere uno dei nodi centrali del futuro europeo





