L’idrogeno continua a essere considerato uno dei tasselli più importanti della transizione energetica globale. Da anni governi, istituzioni e grandi gruppi industriali investono in ricerca e sviluppo per trasformarlo da promessa a realtà industriale. Ma il percorso si è rivelato più complesso del previsto. Costi elevati di produzione, problemi legati allo stoccaggio e al trasporto, oltre alla necessità di grandi infrastrutture, hanno finora limitato una diffusione capillare della tecnologia. In questo scenario si inserisce la proposta di Sedes H Spa Benefit, società italiana guidata dal Presidente e Amministratore delegato Gioele Magaldi, che sostiene di aver sviluppato una tecnologia proprietaria capace di abbattere drasticamente il costo dell’idrogeno verde e di renderne possibile una gestione più semplice e sicura. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: produrre idrogeno a meno di un euro al chilogrammo, contro una media attuale che oscilla tra i sette e gli otto euro, e favorire un modello energetico decentralizzato in cui cittadini, imprese e comunità possano diventare produttori e consumatori della propria energia.
Una visione che non riguarda soltanto l’innovazione industriale, ma anche le implicazioni economiche, sociali e geopolitiche della produzione energetica. Secondo Magaldi, infatti, l’accesso diffuso a fonti energetiche pulite e a basso costo potrebbe contribuire a ridurre le disuguaglianze, limitare le dipendenze dalle fonti fossili e ridefinire gli equilibri internazionali costruiti attorno alle risorse energetiche tradizionali.
Presidente Magaldi, Sedes H parla di una rivoluzione dell’idrogeno verde, sicuro ed economico. Qual è l’elemento tecnologico che vi distingue oggi rispetto agli altri operatori internazionali del settore?
«Negli ultimi anni eolico, fotovoltaico ed elettrificazione sono stati sostenuti soprattutto dagli incentivi pubblici. L’idrogeno resta il vero obiettivo della transizione energetica, ma il problema è sempre stato il costo. Oggi un chilogrammo di idrogeno verde costa tra i sette e gli otto euro e resta marginale sul mercato.
Noi riteniamo di aver superato questo limite. La nostra tecnologia consente di produrre idrogeno a meno di un euro al chilogrammo e di gestirlo a basse temperature e pressioni. Inoltre puntiamo su un modello decentralizzato, fondato sull’autonomia energetica di famiglie e imprese».
Come pensate di raggiungere un costo così contenuto?
«La nostra innovazione è rappresentata dai dispositivi Pot. A differenza della maggior parte delle tecnologie oggi disponibili, non utilizziamo l’elettrolisi e quindi non impieghiamo energia elettrica per produrre idrogeno. Il processo si basa su una reazione chimica proprietaria.
Disponiamo già di prototipi pronti per la scalabilità industriale e di soluzioni pensate per abitazioni, uffici, imprese e grandi impianti produttivi».
Lei ha spesso collegato la questione energetica agli equilibri geopolitici. Perché?
«Perché è uno dei principali motori della storia contemporanea. Dalle crisi petrolifere degli anni Settanta fino ai conflitti più recenti, la componente energetica è sempre stata decisiva.
La nostra ambizione è favorire una democratizzazione dell’energia. Se ogni Paese potesse produrre localmente energia pulita e competitiva, molte tensioni legate al controllo delle risorse fossili perderebbero importanza».
Quando vedremo le prime applicazioni industriali su larga scala?
«Inizialmente avevamo immaginato una diffusione già nel 2026. Successivamente abbiamo fissato il traguardo al 2030 per completare la tutela della proprietà intellettuale, consolidare la struttura industriale e costruire partnership internazionali.
Vogliamo arrivare sul mercato con una soluzione matura e realmente competitiva».
Uno dei problemi storici dell’idrogeno riguarda sicurezza, trasporto e stoccaggio. In che modo la vostra innovazione cambia questo paradigma?
«La risposta risiede in alcune molecole proprietarie utilizzate sia nella produzione sia nella conservazione dell’idrogeno. È qui che si concentra una parte rilevante della nostra ricerca.
Parallelamente lavoriamo sul recupero dei pannelli fotovoltaici a fine vita, trasformandoli in materiali per nuove applicazioni edilizie. Crediamo in una sostenibilità che coinvolga l’intero ciclo produttivo».
Nel vostro piano industriale compare anche il tema della salute. Che rapporto esiste tra idrogeno e benessere?
«Esiste una letteratura scientifica crescente che attribuisce all’idrogeno proprietà antinfiammatorie e la capacità di facilitare il trasporto di alcune sostanze all’interno delle cellule.
Per questo abbiamo sviluppato dispositivi destinati all’utilizzo umano e veterinario. Pensiamo che possano trovare applicazione nel wellness, nello sport e nella medicina preventiva».
Lei parla spesso di un nuovo Rinascimento economico e sociale. Qual è la visione culturale che accompagna il progetto?
«Sedes H significa Società per l’energia democratica e sostenibile. La nostra idea va oltre la tecnologia. Crediamo che l’accesso all’energia sia uno dei principali fattori che determinano le disuguaglianze tra Stati e tra persone.
Quando poche realtà controllano le risorse energetiche, anche la democrazia economica si riduce. Un sistema fondato su energia abbondante, sicura e accessibile può contribuire a una maggiore diffusione delle opportunità e a una riduzione delle tensioni internazionali. Essere una società benefit significa proprio questo: coniugare sviluppo industriale e interesse collettivo».
Un’ultima riflessione?
«Vorremmo coinvolgere nel progetto grandi imprese, investitori istituzionali, aziende pubbliche e private, ma anche piccoli azionisti. Non chiediamo sussidi per sostenere un modello che non starebbe in piedi da solo. Vogliamo costruire un’iniziativa industriale competitiva, capace di generare valore economico e sociale. L’ambizione è creare una piattaforma aperta e inclusiva che possa contribuire a ridefinire il rapporto tra energia, sviluppo e partecipazione democratica».





