Foto Credit: Fadil Berisha

Ermonela Jaho, la voce dell’anima: “ L’opera appartiene a tutti, perché racconta la vita»

Dalla Tirana degli anni Novanta ai più prestigiosi teatri del mondo. Il soprano albanese racconta il suo legame con l'Italia, l'addio alla Traviata e la responsabilità di restituire ai giovani ciò che la musica le ha donato
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Ci sono artisti che interpretano un personaggio. Ed esistono artisti che finiscono per viverlo, fino a renderlo parte della propria esistenza. Per Ermonela Jaho, Violetta Valéry non è stata soltanto l’eroina tragica della Traviata di Giuseppe Verdi. È stata una compagna di viaggio, una presenza costante, una voce interiore che per oltre trent’anni ha accompagnato la sua crescita artistica e umana.

Quando oggi il soprano annuncia di voler salutare definitivamente quel ruolo, non parla semplicemente della conclusione di un capitolo della propria carriera. Racconta piuttosto il compimento di una promessa fatta a una ragazza di quattordici anni che, seduta nella platea del Teatro dell’Opera di Tirana, assistette per la prima volta alla Traviata. Fu un incontro destinato a cambiare la sua vita.

«Mi dissi che non sarei morta senza aver cantato almeno una volta quel ruolo», ricorda con la semplicità di chi guarda al passato senza nostalgia, ma con gratitudine.

Da quella promessa è nata una delle più luminose carriere della lirica contemporanea. Oggi Ermonela Jaho è applaudita nei principali teatri del mondo — dalla Scala di Milano al Metropolitan Opera di New York, dalla Royal Opera House di Londra ai maggiori palcoscenici europei — e la critica internazionale la considera una delle interpreti più intense della sua generazione. Eppure, dietro il successo, continua a vivere la stessa ragazza partita dall’Albania all’inizio degli anni Novanta con una valigia piena di speranze e una fede incrollabile nella musica.

L’Italia rappresenta una tappa decisiva di questo percorso. Arrivata a Roma nel 1993 per perfezionarsi al Conservatorio di Santa Cecilia, Jaho trovò molto più di una scuola. Trovò una patria artistica.

«L’Italia è stata la mia seconda casa. Ogni volta che torno qui provo la sensazione di ritrovare una parte di me.»

Non è un’affermazione dettata dalla circostanza. Nelle sue parole si coglie la consapevolezza di appartenere a due culture che non si contrappongono, ma si completano. Da una parte l’Albania, con i valori ricevuti dalla famiglia, il senso del sacrificio e la tenacia maturata negli anni difficili della transizione. Dall’altra l’Italia, culla dell’opera, che le ha offerto il linguaggio artistico attraverso il quale esprimere quella sensibilità.

«Sono cresciuta con l’anima albanese e ho imparato a respirare la cultura italiana. È dall’incontro di queste due identità che è nata l’artista che sono oggi.»

Non sorprende allora che l’ultima Traviata abbia assunto per lei un significato quasi simbolico. Roma non è stata scelta soltanto come sede dell’addio a Violetta. È stata il luogo in cui il cerchio si è chiuso. La città che aveva accolto una giovane studentessa è diventata il palcoscenico sul quale una delle più grandi interpreti del nostro tempo ha salutato il personaggio che più di ogni altro l’ha accompagnata.

Ma, forse, il momento più significativo dell’intervista arriva quando la conversazione si allontana dalla biografia personale per toccare il senso stesso dell’arte.

«L’opera non appartiene a una élite», afferma con convinzione. «Parla dell’amore, del dolore, della perdita, del sacrificio. Parla della vita. E la vita appartiene a tutti.»

È una riflessione che sintetizza perfettamente la sua visione della musica. Per Jaho, il teatro non deve chiudersi dentro le proprie mura. Deve uscire nelle piazze, incontrare le persone, dialogare con chi forse non ha mai assistito a uno spettacolo lirico. Non è un’operazione di divulgazione, ma di restituzione. Restituire l’opera alla sua natura più autentica: quella di linguaggio universale dei sentimenti umani.

Questa stessa idea di responsabilità attraversa anche il suo rapporto con l’Albania. Da oltre un decennio torna regolarmente a Tirana per tenere masterclass e lavorare con i giovani artisti. Non considera questo impegno un’attività collaterale alla carriera, bensì una naturale prosecuzione del proprio percorso umano.

«A un certo punto bisogna restituire ciò che si è ricevuto. L’esperienza ha valore soltanto se viene condivisa.»

In un’epoca in cui il successo viene spesso misurato dalla velocità con cui arriva, Ermonela Jaho continua invece a parlare di studio, disciplina e pazienza. «Le ricette non esistono», dice. «Esistono il lavoro quotidiano, la passione e il coraggio di ricominciare ogni giorno.»

Sono parole che acquistano un peso particolare perché pronunciate da un’artista che ha già raggiunto i vertici della professione e che, nonostante questo, continua a studiare ogni giorno come se fosse ancora una giovane allieva.

È forse questa la cifra più autentica della sua personalità: l’umiltà di chi non considera mai il traguardo definitivo.

Quando infine il discorso si sposta sull’intelligenza artificiale e sulle trasformazioni del nostro tempo, la risposta arriva senza esitazioni.

«La tecnologia potrà fare molte cose, ma non potrà sostituire l’anima umana.»

È una frase che va oltre il mondo della musica. È una dichiarazione di fiducia nella capacità dell’arte di continuare a parlare agli uomini proprio perché nasce dall’esperienza vissuta, dalla fragilità, dalla memoria e dall’emozione.

Forse è questo il segreto di Ermonela Jaho. Non soltanto una voce straordinaria, ma la rara capacità di ricordare, ogni volta che sale sul palcoscenico, che dietro ogni nota c’è una storia umana. E che la vera grandezza di un artista non consiste soltanto nel raggiungere i teatri più prestigiosi del mondo, ma nel riuscire, ogni sera, a far sentire ogni spettatore parte di quella storia.

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