La Francia ha compiuto un gesto dal forte valore simbolico e giuridico: l’Assemblea nazionale ha abrogato una norma ottocentesca che, pur non più applicata, continuava a definire le persone come “beni mobili” all’interno del codice civile. Una disposizione rimasta come relitto dell’epoca coloniale e della schiavitù, abolita nel 1848 ma mai completamente rimossa dall’architettura legislativa dello Stato.
La cancellazione arriva dopo anni di pressioni da parte di storici, giuristi e associazioni antirazziste, che denunciavano la presenza della norma come una contraddizione intollerabile per un Paese che si proclama patria dei diritti umani. Il governo ha sostenuto la riforma, definendola un “atto di coerenza morale” e un passo necessario per allineare il codice civile ai valori repubblicani contemporanei.
Durante il dibattito parlamentare, diversi deputati hanno ricordato che la norma non aveva più effetti pratici, ma la sua permanenza rappresentava un’ombra sulla memoria nazionale. L’abrogazione, hanno sottolineato, non riscrive la storia, ma riconosce apertamente che lo Stato non può tollerare neppure simbolicamente l’idea che un essere umano possa essere posseduto.
La decisione ha suscitato reazioni positive anche nei territori d’oltremare, dove il ricordo della schiavitù è ancora parte viva dell’identità collettiva. Per molte comunità, la riforma è un segnale di ascolto e di rispetto, un modo per chiudere un capitolo doloroso rimasto troppo a lungo sospeso.
Gli studiosi del diritto evidenziano che l’abrogazione non ha solo un valore storico: rafforza il quadro normativo contro la tratta di esseri umani e le forme moderne di schiavitù, offrendo una base più solida per future battaglie giudiziarie. A quasi due secoli dall’abolizione formale della schiavitù, la Francia compie così un passo che molti definiscono tardivo ma necessario, un atto di pulizia legislativa che restituisce coerenza alla sua identità repubblicana.





