La Turchia è precipitata in una nuova crisi istituzionale dopo che il Tribunale di Ankara ha confermato la destituzione di Kemal Kilicdaroglu, leader del principale partito di opposizione, il CHP (Partito Repubblicano del Popolo). La decisione, motivata da presunte irregolarità finanziarie interne, è stata immediatamente contestata dai vertici del partito, che hanno annunciato una mobilitazione nazionale “per difendere la democrazia e la volontà popolare”.
In una conferenza stampa tenuta davanti alla sede del CHP, la vicepresidente Özgür Özel ha dichiarato che il partito “non riconosce la legittimità di una sentenza politica” e che “la resistenza sarà pacifica ma ferma”. Migliaia di sostenitori si sono radunati ad Ankara e Istanbul, sventolando bandiere e cartelli con lo slogan “Adalet için direniyoruz” — “Resistiamo per la giustizia”.
Secondo Reuters e Al Jazeera, la decisione del tribunale è arrivata dopo settimane di tensioni tra il governo e l’opposizione, in un contesto di crescente pressione sulla magistratura. Organizzazioni internazionali come Human Rights Watch e Amnesty International hanno espresso preoccupazione per “un ulteriore passo verso la concentrazione del potere esecutivo”, mentre l’Unione Europea ha chiesto “chiarezza e rispetto dello stato di diritto”.
Il governo di Recep Tayyip Erdoğan ha respinto le accuse di interferenza, sostenendo che la sentenza “è frutto di un processo indipendente e trasparente”. Tuttavia, analisti politici citati da BBC Turkish ritengono che la destituzione di Kilicdaroglu possa indebolire ulteriormente l’opposizione, già frammentata dopo la sconfitta elettorale dello scorso anno.
Il CHP ha annunciato una serie di manifestazioni e ricorsi legali, mentre altri partiti di opposizione — tra cui IYI Party e DEVA — hanno espresso solidarietà. “Non è solo una questione di leadership, ma di libertà politica”, ha dichiarato la deputata Meral Akşener.





