La nuova crisi energetica è entrata prepotentemente (e non poteva essere altrimenti) nel confronto europeo sui conti pubblici e ha riaperto il nodo della flessibilità di bilancio. A Nicosia, durante la riunione informale dell’Eurogruppo di ieri, il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha riportato al centro della discussione la posizione italiana: servono strumenti che consentano agli Stati di intervenire senza comprimere investimenti e crescita, soprattutto in una fase segnata dalle tensioni internazionali e dall’aumento dei prezzi dell’energia. La richiesta italiana parte dalla convinzione che l’emergenza prodotta dal conflitto in Medio Oriente e dalle ripercussioni sul mercato energetico non possa essere affrontata esclusivamente attraverso i vincoli ordinari del Patto di stabilità. Giorgetti ha evitato di limitare il ragionamento alla clausola di salvaguardia prevista per la Difesa e ha indicato la possibilità di percorrere strade diverse all’interno dell’attuale quadro europeo e per questo ha fatto riferimento ai “fattori rilevanti” già previsti dall’impianto normativo comunitario. Un passaggio tecnico che, nelle intenzioni del Governo, dovrebbe consentire di riconoscere il peso straordinario degli investimenti necessari per fronteggiare la nuova fase di instabilità.
Il Ministro ha richiamato anche la revisione del Pnrr prevista entro la fine di maggio, collegando il tema della sicurezza energetica a quello degli investimenti strategici. La linea italiana punta infatti a evitare che la risposta all’emergenza si traduca in un irrigidimento della spesa pubblica proprio mentre famiglie e imprese subiscono gli effetti dell’aumento dei costi energetici.
Proposta razionale
E dunque ieri in quel di Bruxelles Giorgetti ha cercato di spostare il dibattito da una dimensione nazionale a una europea: “Non ci sono soluzioni che aiutano l’Italia, ci sono soluzioni che aiutano tutti i Paesi dell’Europa”, ha detto a margine dei lavori, definendo la proposta italiana “razionale e di buon senso”. Un messaggio rivolto soprattutto ai partner più rigoristi, che continuano a guardare con cautela a ogni ipotesi di allentamento delle regole fiscali. Il contesto, però, resta complesso. La Commissione europea ha confermato che il nuovo shock energetico rischia di rallentare ulteriormente la crescita e di aggravare la situazione dei bilanci pubblici. Il Commissario all’Economia Valdis Dombrovskis ha ricordato che l’aumento dei prezzi dell’energia sta già colpendo famiglie e imprese in tutta l’Unione, con effetti diretti su inflazione, competitività e finanza pubblica.
Le previsioni economiche illustrate a Nicosia mostrano un peggioramento progressivo dei deficit europei. Secondo Bruxelles nel 2025 dieci Stati membri supereranno il limite del 3% del Pil, mentre entro il 2027 il numero potrebbe salire a tredici. Il deficit medio dell’Unione è destinato ad aumentare dal 3,1% al 3,6% nell’arco di due anni. Numeri che alimentano le preoccupazioni dei governi più attenti alla disciplina fiscale e spiegano la prudenza con cui vengono accolte le richieste italiane.
Interventi temporanei
Dombrovskis ha comunque aperto alla possibilità di interventi temporanei, insistendo però sulla necessità che le misure restino circoscritte e non producano effetti strutturali sulla spesa pubblica. Una posizione condivisa dalla presidente della Bce Christine Lagarde, secondo cui qualsiasi intervento dovrà essere “temporaneo, mirato e calibrato”, evitando deviazioni che possano incidere sull’orientamento della politica monetaria. Il timore delle istituzioni europee è che una nuova stagione di sostegni generalizzati finisca per riaccendere tensioni sui mercati obbligazionari proprio mentre la Banca centrale prova a consolidare il percorso di stabilizzazione dell’inflazione. Lagarde ha ribadito la necessità di mantenere equilibrio tra il sostegno ai cittadini più esposti e la tenuta dei conti pubblici.
Ancora più esplicito il Presidente dell’Eurogruppo Kyriakos Pierrakakis, che ha invitato gli Stati membri a evitare che l’emergenza energetica “si trasformi in una crisi di bilancio”. Il riferimento è alle conseguenze che un prolungato aumento dei prezzi potrebbe avere sulle economie europee, soprattutto nel caso in cui le tensioni nello Stretto di Hormuz continuassero a ostacolare i flussi energetici globali.





