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Animali tra rispetto e crudeltà. Il paradosso di un mondo sempre più consapevole, ma ancora contraddittorio

Dalle politiche avanzate di Olanda, Corea del Sud e Turchia agli scenari apocalittici di guerra e pratiche controverse è evidente che da una parte cresce il rispetto verso gli animali, dall’altra persistono crudeltà inspiegabili. In mezzo a tanti progressi l’umanità continua a muoversi in una direzione profondamente contraddittoria
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Continuano ad arrivare segnali incoraggianti di una maggiore consapevolezza globale verso il rispetto per gli animali. In diverse parti del mondo si moltiplicano esempi concreti di convivenza più etica tra esseri umani e altre specie, spesso accompagnati da soluzioni innovative e politiche pubbliche lungimiranti. Ma a fronte di questi progressi, resta evidente una contraddizione profonda: mentre impariamo a riconoscere il valore degli animali come esseri senzienti, continuiamo, in molti contesti, a sfruttarli e maltrattarli.

Turchia: convivenza urbana e innovazione solidale

Uno dei casi positivi più emblematici arriva dalla Turchia, dove città come Istanbul hanno sviluppato un approccio unico alla gestione degli animali randagi. I cosiddetti “pugedon”, distributori automatici intelligenti, rappresentano una soluzione tanto semplice quanto efficace. Inserendo bottiglie di plastica da riciclare, i cittadini attivano il rilascio di cibo e acqua per cani e gatti di strada. Il sistema non solo contribuisce al benessere animale, ma incentiva anche comportamenti virtuosi sul piano ambientale, creando un circolo virtuoso tra riciclo e solidarietà.

A questo si affianca una cultura diffusa di tolleranza verso gli animali liberi, considerati parte integrante del tessuto urbano. Non è raro vedere cucce improvvisate davanti ai negozi, interventi spontanei di cittadini per proteggerli dal freddo o dal caldo estremo e programmi municipali che prevedono vaccinazioni, sterilizzazioni e identificazione degli animali. In alcune città i cani randagi sono persino registrati e monitorati dalle autorità locali, con un approccio che privilegia la convivenza piuttosto che l’eliminazione del fenomeno.

Olanda: un modello costruito nel tempo

Ancora più strutturato è il modello dei Paesi Bassi, spesso citato come esempio di eccellenza nella gestione del randagismo. Qui il fenomeno è stato praticamente azzerato grazie a una strategia di lungo periodo che combina rigore normativo e responsabilità sociale.

Il microchip obbligatorio consente di tracciare ogni animale domestico, rendendo immediatamente identificabili i proprietari in caso di abbandono. Le campagne di sterilizzazione, sostenute anche da fondi pubblici e incentivi economici, hanno ridotto drasticamente le nascite incontrollate, mentre le tasse sul possesso di animali scoraggiano acquisti impulsivi e favoriscono scelte consapevoli. Le sanzioni per chi abbandona un animale sono severe e applicate con continuità, contribuendo a creare un forte deterrente.

Parallelamente il Paese ha investito in una rete efficiente di rifugi e programmi di adozione, spesso gestiti in collaborazione con organizzazioni non profit. Anche le campagne di sensibilizzazione nelle scuole e nei media hanno consolidato una cultura diffusa del rispetto. Possedere un animale è percepito come un impegno etico e giuridico, non una semplice scelta personale.

Corea del Sud: una svolta culturale

Tra i segnali più recenti e significativi si inserisce anche la decisione della Corea del Sud di vietare il consumo di carne di cane, una svolta storica approvata dopo anni di dibattito interno e pressioni internazionali. La legge prevede un periodo di transizione durante il quale gli allevamenti e le attività legate a questo commercio dovranno progressivamente chiudere o riconvertirsi, con misure di sostegno economico per gli operatori coinvolti.

Il cambiamento riflette una trasformazione generazionale profonda. Le nuove generazioni sudcoreane, infatti, vedono sempre più i cani come animali da compagnia e membri della famiglia. Il Paese ha visto crescere il numero di cliniche veterinarie, centri di accoglienza e associazioni per la tutela animale, mentre l’opinione pubblica si è progressivamente spostata verso posizioni più critiche rispetto alle pratiche tradizionali. Non si tratta solo di un divieto, ma di un segnale culturale che indica un’evoluzione della società nel suo complesso.

Le vittime invisibili dei conflitti

Eppure, proprio mentre questi esempi virtuosi si diffondono e vengono celebrati, il resto del mondo continua a offrire uno scenario ben diverso, spesso drammatico e difficilmente conciliabile con i principi dichiarati.

Nei territori di guerra, come Gaza e Ucraina, gli animali sono tra le vittime più invisibili. Durante le evacuazioni molti vengono lasciati indietro, perché è impossibile portarli con sé, mentre altri muoiono sotto le macerie o per mancanza di cibo e acqua. Gli animali da allevamento, spesso confinati in strutture distrutte, muoiono in massa senza possibilità di soccorso, mentre quelli domestici vagano disorientati in ambienti ostili. Le poche organizzazioni che tentano di intervenire raccontano di condizioni estreme per rifugi improvvisati, cure veterinarie insufficienti, difficoltà logistiche enormi.

Dall’ottobre 2023 a oggi, solo a Gaza è stato annientato il 97% di ogni forma di vita animale. 60.000 pecore, 15.000 mucche, 3 milioni di polli, 20.000 asini cancellati.

Tradizioni controverse e cambiamenti lenti

Altrove pratiche radicate nella tradizione o nell’economia continuano a sollevare forti critiche. La fiera della carne di cane in alcune aree della Cina è uno degli esempi più discussi. Ogni anno migliaia di animali vengono trasportati in condizioni precarie, spesso senza controlli sanitari adeguati, per essere venduti e macellati. Negli ultimi anni, però, si è sviluppata anche una crescente opposizione interna, con attivisti e cittadini che cercano di salvare gli animali e promuovere un cambiamento culturale.

Le corride rappresentano un altro nodo irrisolto. Difese da alcuni come espressione culturale della tradizione, in Spagna, Portogallo, Francia, America Latina, sono sempre più contestate da movimenti animalisti e da una parte crescente dell’opinione pubblica. Il rituale, che prevede la progressiva uccisione del toro in un contesto spettacolarizzato, viene visto da molti come incompatibile con una sensibilità moderna. Prima della corrida l’animale vive allo stato brado, ma negli ultimi giorni può subire l’isolamento e la privazione di luce per aumentare lo stato di shock e disorientamento nell’arena. Ad alcuni vengono recisi alcuni muscoli del collo per mitigare la potenza dell’incornata.

Caccia e sfruttamento, le pratiche più contestate

Non meno controversa è la caccia su larga scala. La caccia alle balene, praticata nonostante le restrizioni internazionali, continua a ridurre popolazioni già vulnerabili, spesso giustificata con motivazioni culturali o scientifiche. Allo stesso modo, l’uccisione delle foche, in particolare per il commercio delle pellicce, suscita da anni proteste globali. Le immagini delle uccisioni, spesso cruente, hanno contribuito a sensibilizzare l’opinione pubblica, ma non hanno ancora portato a una cessazione definitiva della pratica in tutti i contesti.

Politica e passi indietro nella tutela

A questo si aggiungono decisioni politiche che segnano passi indietro nella tutela della fauna selvatica. Il declassamento del lupo da specie strettamente protetta a specie meno tutelata in alcune aree europee riapre il conflitto tra esigenze di conservazione e interessi economici, in particolare quelli legati all’allevamento. Una scelta che, secondo molti esperti, rischia di compromettere anni di progressi nella protezione di un predatore apicale fondamentale per l’equilibrio naturale, agendo come “ingegnere dell’ecosistema”. Regolando le popolazioni di ungulati (cinghiali, cervi, caprioli), il lupo limita il sovrapascolo, proteggendo la vegetazione e favorendo la biodiversità. La sua presenza riduce inoltre i danni agricoli e gli incidenti stradali causati dagli ungulati.

Una contraddizione ancora aperta

È questa la “schizofrenia” del nostro tempo, una società che da un lato educa al rispetto e alla tutela degli animali, dall’altro perpetua sistemi e pratiche che ne negano il valore. Il contrasto è evidente anche nel modo in cui percepiamo gli animali: compagni di vita nelle case, esseri senzienti nelle campagne di sensibilizzazione, ma spesso ridotti a merce o strumento in altri ambiti produttivi o culturali.

Gli esempi positivi dimostrano che il cambiamento è possibile, ma non ancora compiuto. La sfida, oggi, non è solo moltiplicare le buone pratiche, ma renderle la norma, superando definitivamente questa frattura culturale. Perché il vero progresso non sta solo nell’innovazione o nelle leggi, ma nella capacità di tradurre la consapevolezza in comportamenti coerenti, diffusi e universali. Finché questo non accadrà, il rapporto tra uomo e animale resterà sospeso tra empatia e contraddizione.

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Cristina Calzecchi Onesti

Cristina Calzecchi Onesti

Giornalista ed esperta di comunicazione aziendale. Dopo esperienze in tutta la comunicazione, dagli uffici stampa alle Relazioni esterne, ai Rapporti istituzionali, per quasi dieci è stata assistente parlamentare, portavoce e spin doctor alla Camera e al Senato. Da sempre si occupa di politica, sociale, diritti civili e ambiente.

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