sabato, 17 Aprile, 2021
Attualità

La Lezione della Morte in ricordo Antonio Catricalà

La Morte è argomento scabroso.
Scrivo queste righe a pochi giorni dalla tragica scomparsa di un amico carissimo, Antonio Catricalà.
Quando si indaga sulla morte si cercano cause e concause motivi e moventi che convergono nelle parole assenza di battito cardiaco“assenza di respiro
Dopo tante parole la Morte si riduce all’Assenza e alla Mancanza.

Dunque si resta senza cuore e senza respiro, come nell’Amore.

Morte e Amore si equivalgono. Questo è il vero mistero dell’esistenza umana. Gli abbracci più strazianti del vivere iniziano con il toglierci il respiro, per poi restituirlo in pianto nel venire alla luce, finiscono con il toglierci il respiro e restituirci alle tenebre per lasciare gli altri nel pianto. E la coscienza?

Ci resta coscienza della Vita nell’attimo in cui esaliamo l’ultimo respiro o per la prima volta, privi della paura di vivere, prendiamo coscienza della Morte?

Nel 2006 mi appassionai molto alla controversa nota con cui Mons. Fisichella, Vicario della zona di Roma, negò i funerali a Pier Giorgio Welby. Fu quella nota, invisa persino al mondo cattolico, che mi aiutò, più dei miei studi di diritto canonico, ad orientare il mio pensiero di giurista cattolico per una conferenza sul tema dell’eutanasia.

La clemenza della Chiesa, declinazione minore della infinita ed incommensurabile Misericordia Divina, riconosce che nei casi di suicidio, debba presumersi la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso e pertanto al defunto vengono assicurati i riti sacramentali di commiato e consolazione per i suoi cari.

Non sappiamo a quale turbamento sia imputabile l’assenza della piena avvertenza nella morte del caro Antonio. Come si muore o perché si muore non attenua il dolore dell’assenza, ma di certo aumenta la consapevolezza della drammaticità del vivere.

La memoria rintraccia analogie. Morti analoghe nelle diverse epoche e nei diversi contesti sono divenute specchio di una lettura trasversale della storia personale del suicida e al contempo della società in cui egli era radicato.

Shakespeare consacra nella drammaturgia la grande solitudine di chi non riesce a trovare il senso della propria esistenza. Si suicidano così, nelle sue tragedie, i grandi solitari, come Macbeth, Re Lear, Otello, Marco Antonio, ma anche gli esclusi e gli emarginati: Giulietta, Romeo, Cleopatra che si adagia con l’aspide sul petto, Ofelia le cui vesti si rigonfiano nel fiume. Tenco che ci lascia la sua ultima canzone, il Michè della ballata di De Andrè che rifugge l’orrore del carcere,  sono anime “diversamente perse”.

Il suicidio di Catone l’Uticense, che si trafisse con la spada pur di non vendere la propria libertà a Giulio Cesare, quello di Trasea Peto, morto per il taglio delle vene, lo stoicismo di  Seneca che lo spinse ad accettare l’ordine di Nerone con quell’apatheia, ovvero quell’imperturbabilità dell’anima che professava presso i propri discepoli, hanno un valore diverso. Seneca professava come l’uomo saggio fosse tenuto, inevitabilmente, a mettere al centro della propria vita lo stato – la res publica minor – e, piuttosto che compromettere la propria integrità morale, dovesse tenersi pronto all’extrema ratio del suicidio. Anche  per  Sofocle, a cui dobbiamo la prima descrizione di un suicida della tradizione letteraria occidentale – la morte di Epicasta, madre e moglie di Edipo– ed anche per Omero, che narra del suicidio di Aiace, il gesto è spiegabile come  fedeltà alle leggi arcaiche dell’onore e, per questo, superiore a ogni compromesso.

In altre culture, il suicidio si afferma come modello comportamentale di fronte alla sconfitta. I giapponesi codificano il seppuku come una delle pene  a cui sottoporre i samurai  per gravi infrazioni.

Pirandello, nelle sue opere, sostiene che le modalità di espressione più tipiche dell’uomo passino esclusivamente attraverso il delitto, il suicidio o il fingersi pazzo: ne Il dovere del medico arriva addirittura ad affermare come il medico debba assecondare la volontà del paziente di morire.

Il sociologo David Phillips nel 1974, conia  il termine Effetto Werther: l’imitazione e la suggestionabilità hanno ruoli determinanti nelle dinamiche suicidarie. Personaggi come il giovane Werther, Jacopo Ortis, Madame Bovary, Anna Karenina trovano nel suicidio l’unica risposta alla delusione d’amore e a quella politica. E persino gli scrittori come Virginia Woolf, Cesare Pavese, Primo Levi, Ernest Hemingway affidano al suicidio la follia o la disperante visione della insostenibile pesantezza del vivere.

Nella pittura il suicidio è protagonista di molte tele: famosa quella di Édouard Manet che ritrae un  suicida riverso sul letto. Così come emblema di emarginazione ed esclusione sociale resta il suicidio del visionario Van Gogh, pittore  non per vocazione, ma per disperazione.  Nelle musica lirica l’aspetto più drammatico ed insieme sublime del suicidio è celebrato nell’opera Gioconda di Arrigo Boito e musicata da Amilcare Ponchielli, nella quale l’omonima protagonista, nell’ultimo atto, medita il suicidio (“Suicidio!… in questi / Fieri momenti / Tu sol mi resti …”).

La soluzione alla Morte Oscura potrebbe rinvenirsi nell’antico papiro di Berlino (n. 3024), che gli studiosi hanno intitolato significativamente Il dialogo di un suicida con il suo ba (anima)’.  Un testo del 2200 a.C. che tratteggia l’immagine di un uomo lacerato dalla sofferenza che decantando la morte come lo sbocciare di un fiore di loto, come il gustare il profumo della mirra, chiede all’anima se sia meglio congiungersi agli dei immortali.

Alla domanda l’anima sembra rispondere che l’inconoscibilità dell’aldilà mitico e la diretta esperienza di miseria e morte, non possono portare ad altro che a cercare di godere della vita così com’è, senza concedersi troppe speculazioni. Nell’escatologia egizia il morire era inteso come l’approdo ad un altro orizzonte. Azzardo quindi l’ipotesi che il senso del “cambiare orizzonte solare” sia quello del messaggio evangelico del Cristo: “se il chicco di grano non muore, rimane solo”.

 Accogliamo quindi l’idea che Morte possa portare frutto e trasformare la nostra visione del vivere quel che ci è concesso di vivere.

Che la Tua anima, Antonio, possa approdare all’orizzonte solare della pace ed effondere raggi a chi è rimasto dall’altra parte della luna.

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