martedì, 20 Ottobre, 2020
Manica Larga

La versione di Gita

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Se c’è una cosa che mi colpisce ogni volta che mi soffermo su un’intervista o più semplicemente mi capita di ascoltare qualcuno per strada parlare è la difficoltà che abbiamo ad adattarci al cambiamento, grande o piccolo che sia.

Dalle manifestazioni dei negazionisti al mio vecchio allenatore in palestra passando per una movida estiva a tratti irresponsabile, sembra che la sola strategia possibile sia resistere a ogni costo, fosse pure una pandemia ovvero un cataclisma di fronte al quale ci dovrebbe essere ben poco da dire e tutto da fare per salvare la pelle: “whatever it takes”, citando fuori contesto Mario Draghi.

Così, mentre il mio allenatore ha dovuto smettere di lavorare “perché ho uno stile che non si adatta alle nuove regole” e i negazionisti continuano a scendere in piazze fisiche e virtuali a cadenza regolare, mi vengono in mente le parole di una cara amica che al padre pensionato, una vita in ufficio postale “ché quando c’ero io, le cose funzionavano bene”, gli suggerì di accettare l’idea che l’ufficio continui a funzionare bene anche in sua assenza. È che la vita va avanti, le cose cambiano. Prima lo si accetta, meglio è. La pandemia nella quale viviamo invita al medesimo approccio.

Trovo, infatti, questa semplice regola di buon senso utile soprattutto alla luce delle parole della capo economista del Fondo Monetario Internazionale, Gita Gopinath, che nel commentare i risultati dell’outlook semestrale del FMI ha scritto, senza possibilità alcuna di essere fraintesa, che il periodo di ripresa dalla crisi sarà “lungo, irregolare e incerto”, che la crescita globale sarà la peggiore dalla crisi del ’29 e che entro la fine del 2021 le economie dei Paesi più avanzati saranno più piccole del 5% circa. Tradotto: “una grave battuta d’arresto per il tenore di vita” pre-Covid.

Cosa serve? Non solo accettare il cambiamento, ma andarselo a cercare. Infatti, sottolinea in un suo post sul blog del Fondo Monetario Internazionale, il sostegno finanziario globale ha finora impedito la “catastrofe”, ma non basta. C’è bisogno di un approccio innovativo sia per gestire la crisi sia per sostenere in modo vigoroso la ripresa perché il cuore della scelta è se lasciare il cambiamento allo stato delle cose o se costruirselo insieme, visto che il virus è affare di tutti.

Per esempio, serve una maggiore collaborazione su scala globale per gestire la crisi sanitaria. Servono un maggiore sostegno alle imprese vulnerabili e maggiore sostegno al reddito. Serve riqualificare la forza lavoro a partire dalle competenze trasferibili da settori in difficoltà a quelli che invece rappresentano il futuro, come per esempio dal turismo al commercio elettronico. Servono politiche “progettate con l’obiettivo di collocare le economie su percorsi di crescita più forte, equa e sostenibile” con in testa i più vulnerabili, perché trascurare le fasce sociali più deboli significa mettere a repentaglio la tenuta sociale.

La formula proposta da Gita Gopinath combina quindi protezione del tessuto connettivo sociale nel breve, con interventi tesi a gestire l’emergenza, con una ricostruzione mirata nel lungo, attraverso interventi tesi a rendere il tessuto economico resiliente e sostenibile leggi salute, infrastrutture digitali, verde e istruzione.

Il collante del progetto è lo sforzo di responsabilità cui è chiamata questa volta tutta la classe politica: “Ci vorrà una significativa innovazione sul fronte politico, sia a livello nazionale che internazionale per riprendersi da questa calamità”. E conclude: “Le sfide sono scoraggianti. Ma ci sono ragioni per sperare.” Ed è proprio questa luce in fondo al tunnel che dovrebbe renderci una volta tanto sfacciatamente umani, affamati di vita e di futuro.

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