giovedì, 22 Ottobre, 2020
L'angolo della Lettura

A Primavera tornerà l’amore (Un Racconto ispirato a una storia vera)

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Settima Puntata

 

(…) Quel pomeriggio di Mercoledì 23 Aprile del 1942, aveva aperto, nella sua anima, un barlume di speranza. Tutto poteva ricominciare come prima. La sua storia d’amore con Tonino non era finita. Sì, è vero, c’erano ancora un po’ di ostacoli da superare. Quell’incredibile storia della macchina per cucire, le resistenze della sua futura suocera. Ma, in fondo, di che si trattava? Di un intoppo, di un malinteso, di un miserabile equivoco che Zia Pasquantonia, con le sue arti magiche di navigata negoziatrice avrebbe facilmente superato. Solo il tempo di convincere sua cognata e poi quel miserabile pretesto, quel macigno che  ostacolava il matrimonio, si sarebbe ben presto dileguato e tutto sarebbe tornato al suo posto.

Questo era il suo convincimento o meglio, questo era ciò che, in cuor suo, sperava.

Il giorno dopo, il 24 aprile, lo trascorse nell’attesa e nella speranza di qualche buona notizia. Chiese al buon Dio la grazia di  una visita di zia Pasquantonia. Implorò  l’intercessione di  San Rocco  perché tornasse Tonino. Lui, di sera, com’ era sua abitudine, bussava alla sua porta, si sedeva, le parlava e poi quando non c’era nessuno, l’accarezzava, la stringeva, la baciava.

Quel giorno, però, non accadde nulla. Zia Pasquantonia non si fece vedere. Di Tonino nemmeno l’ombra. In casa nessuno parlava. C’era uno strano silenzio nell’aria che  non prometteva nulla di buono.

E infatti la terribile notizia, inesorabile e improvvisa, arrivò.

Le voci si rincorrevano nelle strade, nelle case, ovunque. Il giorno prima, un giovane di Pizzo Falcone si era impiccato, dentro la sua  cantina. Pochi però sapevano esattamente chi fosse questo giovane e soprattutto il perché di quel terribile gesto.

Il paese ne fu scosso e tante mamme, appena avuto sentore della tragedia, si facevano il segno di croce, come se volessero chiedere al Padretereno pietà e perdono.

Il primo a sapere di quella tragedia, fu Ignazio, il fratello di Esterina. Lì al mulino, in via Mario Pagano, chiacchiere, notizie e pettegolezzi si diffondevano in un baleno. E fu proprio zia Pasquantonia,  agitata e in lacrime per quella orribile disgrazia,  che raccontò cos’era capitato a suo nipote.  Successe una cosa strana. Lei che sapeva tutto, non volle dire nulla. Continuava a ripetere che era tutto così inspiegabile, misterioso, oscuro. A chi le chiedeva  il perché  di quel gesto, confidò che negli ultimi tempi Tonino soffriva di malinconia e depressione. Che quel maledetto male oscuro che stava azzannando tanti giovani, in quegli anni di guerra, questa volta aveva bersagliato la sua famiglia, suo fratello, il suo nipote prediletto.

Le voci correvano e la notizia arrivò anche in Via Venita. Sua  sorella Giovannina, lo venne a sapere in Chiesa Madre. Era lì quella sera, perché accompagnava la mamma Zia Marietta a recitare il rosario e le preghiere del vespro con le altre vecchiette di Pizzo Falcone. Appena rientrò a casa, Esterina si accorse subito che nel  suo volto  si nascondeva qualcosa di terribile. E non appena la sorella, con gli occhi bassi e le mani sul petto, incominciò a dire: “Esteri’, sora mej (sorella mia), Tonin’…… ‘stu matin’….. andò a irot’t…… a santa Luci’ (Tonino…stamattina….nella cantina……a Santa Lucia). Ma non ebbe né il tempo né il coraggio di proseguire, perché  Esterina improvvisamente  sbiancò e, senza versare nemmeno una lacrima, di colpo svenne, riversa sul pavimento. Cadde per terra come se volesse morire anche lei. Il suo piccolo mondo, la sua vita e i suoi sogni di ragazza, in un attimo, erano andati in frantumi. Quel maledetto giorno di aprile aveva seppellito per sempre la sua bella storia d’amore. La sua breve, tormentata e tragica storia d’amore.

Nei giorni e nei mesi che seguirono, la vita di Esterina non fu più la stessa. Sembrava svolgersi in un’altra dimensione, non più fisica e terrena, ma sempre più rarefatta, lontana dalle ragioni e dalle ossessioni di questo mondo. Lei sapeva bene che il suicidio di Tonino non fu un gesto di debolezza, ma un atto di ribellione. Un disperato tentativo di liberarsi da quella stupida, arretrata e crudele mentalità che anteponeva alla felicità dell’animo e alle cose belle della vita, la meschinità e le miserie di questo mondo. Anche lei reagì, ma reagì a modo suo.

Uno strano sentimento si stava impossessando della sua anima. Anziché disperarsi, recriminare oppure odiare quella nera umanità che l’aveva travolta, incominciò a coltivare dentro di sé un sentimento di  distacco, quasi di sovrana indifferenza. Un giorno disse alla madre che non intendeva più continuare a vivere in quel modo. Voleva estraniarsi dal mondo. Dopo quella tragedia, non voleva più combattere, ma costruirsi un’altra vita. Una vita, lontana dal mondo, in posti silenziosi e tranquilli, dove poter raggiungere la pace dei sensi e coltivare solo i buoni sentimenti dell’anima. Dopo alcuni mesi dalla morte di Tonino chiese a Don Giuseppe, l’Arciprete, di entrare in un convento di clausura. Voleva farsi suora, per iniziare una nuova vita, per cercare dentro di sé quella felicità interiore che il mondo le aveva negato.

Ma né la madre, né la sua famiglia vollero assecondare questo suo desiderio. Perché mai una ragazza giovane e bella come lei doveva farsi suora e rinchiudersi in un monastero? Aveva tutta una vita dinanzi a sé. Passata la delusione e lo sconforto, avrebbe trovato un altro bravo giovane. Per sfuggire a quella maledizione che si era accanita contro di lei, sarebbe andata via per sempre, sarebbe ritornata in America, dove già da diversi anni, si erano stabiliti altri due suoi fratelli, Tonnuccio e Pasqualino.

Se questi erano i propositi dei suoi familiari, la vita  di Esterina prese, nel frattempo, tutta un’altra piega. Incominciò a sperimentare una strana voglia di clausura, già a casa sua. Usciva sempre più raramente. Aveva perso interesse anche a frequentare le sue amiche. Non andava più al mulino ad aiutare il fratello Ignazio. Non voleva più uscire nemmeno per andare a messa, a fare qualche servizio per la casa o a svagarsi un po’ quando ricorrevano le feste di santi e patroni.

Si sentiva l’anima sempre più devastata. La sua vita era diventata  un’esistenza senza bussola, senza un traguardo, un vagare privo di senso. Sentiva forte, dentro di sé, il desiderio di vivere in un altrove lontano e indefinito. Si nutriva poco e di malavoglia. Le forze che l’avevano sempre sorretta incominciarono a indebolirsi. Il suo istinto di sopravvivenza sembrava fosse scomparso, finché una mattina, in preda a una febbre violenta, incominciò a delirare.

“Mamma, mamma” – urlò Esterina, rivolgendosi a Zia Marietta.

“Che c’è, figlia mia” – rispose la madre, mentre si precipitava verso il letto della figlia, debilitata e sempre più esanime.

“Stanotte – riprese Esterina, con un tono di voce un po’ più calmo – ho sognato Tonino (m’è vnut ‘n suonn Tonin) . E sai che mi ha detto?  Che lui è vivo ed è partito per la guerra. È andato al fronte, perché  vuole combattere  con i suoi compagni di Pizzo Falcone. Poi mi ha guardato e, senza parlare, ha preso il clarinetto e  ha suonato quella bella canzone che a me piace tanto. Tu, mamma, te la ricordi? ‘Parlami d’amore Mariù’. Te la ricordi? Quante volte l’ha suonata quando mi veniva a trovare qui a casa. Poi ha smesso di suonare e mi ha abbracciato forte, forte. E mentre mi teneva stretta, sottovoce, mi ha detto queste parole: “Esteri’, io non sono morto. Quel ragazzo che si è impiccato nella nostra cantina sotto Santa Lucia, non ero io. Io so’ partito per la guerra. Esteri’, però tu non devi piangere. Non ti devi disperare. Noi la guerra la vinceremo e quando ritornerò, ci sposeremo. E al diavolo le terre, la vigna e la cantina. Sai che ti dico?  Chi se ne frega del corredo! Andremo via da Pizzo Falcone, ce ne andremo in America (a la Mérica). Là staremo bene. Tu sei nata lì, tu sei mezza americana e avremo tanti figli e saremo felici con i nostri bambini”

Al sentire queste parole uscire dalla bocca della figlia, Zia Marietta si rianimò. Non credeva alle sue orecchie. Forse – pensò lei, un po’ più rincuorata – se continua a fare questi sogni, si riprenderà, tornerà a vivere e, pian piano, prenderà coscienza della realtà e  finalmente capirà che nella vita arrivano anche tempeste e tragedie. Sperava in un miracolo zia Marietta, mentre le toccava la fronte, le accarezzava il volto, le braccia, le mani. Poi, lentamente, volse lo sguardo sopra il letto, fissò il quadro del Sacro Cuore di Gesù e, con un filo di voce, disse: “Figlia mia, ti volesse scrivere in bocca il Signore” (T’ vuless scriv’ ‘n ‘mocc ‘u Signor’).

A Pizzo Falcone, ormai, si sussurrava, seppure a mezza bocca, che la sua fosse una malattia dell’anima e che nessun medico e nessuna medicina avrebbero mai potuto guarirla. E questa, purtroppo, era l’amara verità. A distanza di un anno dalla morte del suo fidanzato e nello stesso giorno in cui lui lo trovarono impiccato ad una trave della sua cantina sotto Santa Lucia, il 25 aprile 1943, Esterina morì.

A nulla valsero le preghiere della madre, i consulti e le visite del medico, le invocazioni e le suppliche di zia Pasquantonia, delle sorelle e delle sue amiche. L’ultimo anno della sua vita lo aveva vissuto come in uno stato di clausura, mentre il demonio si era divertito a distruggere i suoi sogni. Tutti, in paese, dicevano la stessa cosa.

Girava anche un’altra voce a Pizzo Falcone: che la povera ragazza fosse morta di una strana malattia.  Ma non era vero niente. Fu la depressione a portarla nella tomba, con tutto il suo carico di tristezza, di dolore e malinconia. Le sue amiche, quelle che la conoscevano bene, dicevano solo una cosa: Esterina era morta di crepacuore. Grande, per tutti, fu la sorpresa nel vedere il suo corpo esanime, ma ancora giovane e bello, avvolto in un lungo saio da monaca clarissa. La madre, zia Marietta, volle esaudire l’ultimo desiderio della figlia. Lo aveva ostacolato in vita, ma non volle contrastarlo ora che era volata in cielo.

Dopo aver accarezzato le sue mani ancora morbide e gentili, si fece il segno di croce e, con un filo di voce, le sussurró all’ orecchio: “Che tradimento mi hai fatto, figlia mia! Che tradimento! Come faremo senza di te?” E, mentre le sussurrava queste parole, le accarrezzó il volto,  sistemò il rosario tra le mani e pian piano, dolcemente, le aggiustò il velo sui capelli. Poi, dopo averle baciato la fronte, il volto e le mani, chiuse gli occhi, si asciugò le lacrime, la guardò per l’ultima volta e poi…… le disse addio, per sempre. (…)

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