lunedì, 21 Settembre, 2020
L'angolo della Lettura

A Primavera tornerà l’amore (Un Racconto ispirato a una storia vera)

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Terza Puntata

 

(…) I genitori e le sorelle aspettarono tutto il pomeriggio, con la speranza che tornasse a casa per l’ora di cena o che qualcuno portasse una buona notizia. Forse, alla stazione, lo avevano visto partire in direzione di Potenza o Matera. Oppure lo avevano  incontrato in una di quelle masserie dove, ogni tanto, i suoi amici organizzavano lauti banchetti con vino paesano e carne arrostita.

Niente da fare! Non arrivò alcuna notizia. Elena, la sorella più decisa e intraprendente, volle tranquillizzare gli anziani genitori. “Vedrete – disse poco prima di andare a letto – domani Tonino ritornerà a casa. Non è possibile che uno sparisce così, senza dire nulla, solo perché ha avuto qualche screzio con la fidanzata. Non casca mica il mondo se due fidanzati non vanno più d’accordo, no? E comunque, se non torna a casa stanotte, – concluse rassegnata ma decisa – domani mattina andiamo alla Caserma dei Carabinieri e spieghiamo al Maresciallo quello che è successo.

Il mattino successivo, dopo una notte agitata e con l’orecchio proteso verso la porta, –  tante volte il giovanotto, in preda al rimorso e al pentimento, avesse voluto far ritorno a casa –  si verificò un fatto molto strano.

Appena fatto giorno, Mest’Fedele – che, in casa, era sempre il primo ad alzarsi – sentì prima il canto del gallo e poi avvertì, subito, giù per strada, un’altra strana presenza. Sentì un cane abbaiare proprio sotto casa sua, come se volesse entrare per dirgli qualcosa!  In un primo momento non ci fece caso. Sarà uno dei tanti cani randagi che gironzolano per il paese – pensò Mest’Fedele. Ben presto però si dovette ricredere. E grande fu la sua meraviglia quando si affacciò alla finestra e vide che chi stava abbaiando non era un cane randagio o sconosciuto,  ma  Doco, il suo cane!  Sì, era proprio lui!

“E quando mai – si chiese stupefatto Mest’Fedele – Doco è  venuto qui, di prima mattina, ad abbaiare sotto casa?” Fin dalla nascita il cane, un bracco di circa sei anni, non si era mai spinto, da solo, fin su al paese, verso la casa del padrone. Il suo territorio era ben circoscritto. Dalla cantina, proprio sotto Santa Lucia, fino alla vigna, estesa come un fazzoletto di terra lungo il pendio, fino in basso, ai confini col Campo Santo. Questi piccoli fondi erano due proprietà che appartenevano, già da molti anni, alla famiglia Giangrande. Ed era proprio lì tra la vigna e la cantina che viveva Doco, dove gli portavano da mangiare i suoi padroni. Nel sangue aveva l’istinto del cane da caccia, diventato poi, nel tempo, un docile e premuroso cane da guardia. Ogni tanto si spingeva fino a Pizzo Falcone, sempre al guinzaglio col padrone e comunque mai alle prime ore dell’alba, come invece, era successo quel giorno.

Quella mattina, a parte l’ora, ciò che incuriosì più di ogni altra cosa Mest’Fedel, fu proprio il suo abbaiare. Sembrava più un lamento che un saluto. Più un grido di dolore che un sussulto di gioia. Ebbene, furono proprio queste “note stonate” a insospettire Mest’Fedel. E allora lui, che amava tanto il suo cane, scese e con santa pazienza, lo accarezzò, gli parlò e lo fece entrare in casa. Non voleva che Doco infastidisse più di tanto e specie a quell’ora, i vicini di casa e la gente che ancora dormiva in quella strada.

Entrato in casa col padrone, ecco compiersi un’altra stranezza. Improvvisamente  Doco smise di abbaiare. Salì le scale, mogio mogio e senza mai agitare la coda, non fece le feste a nessuno. Mesto e silenzioso, lo sguardo basso e malinconico, andò ad accucciarsi vicino al letto di Tonino, nella stanza a fianco a quella delle sue sorelle.

Quella mattina, in casa Giangrande, si respirava un’atmosfera malinconica e triste.

Si sentivano tutti in colpa, chi più chi meno. Cosa gli sarà successo a questo nostro figlio? pensavano i genitori. E le sorelle, in preda ad ansia e sconforto, pensavano a chissà quale dispetto, o quale torto potevano aver urtato la sua sensibilità o il suo animo gentile. Un figlio, un fratello scomparso così all’improvviso, senza lasciar tracce e senza uno straccio di indizio su dove cercarlo, ti crea scompiglio nella mente,  tanta tristezza nel cuore e una malinconia senza fine nell’anima.

Ma ora bisognava fare qualcosa! Prendere un’iniziativa, andare in caserma, avvisare amici e parenti. Insomma, sul da farsi, la discussione tra Mest Fedele, la commara Carmelina e le due sorelle si fece subito viva, intensa. Non era il caso di abbattersi, prima o poi Tonino l’avrebbero rintracciato, oppure – volesse la Madonna della Croce! – sarebbe ritornato, col pentimento nel cuore, ma sano e salvo a casa sua.

Intanto Doco continuava a starsene lì, calmo e placido, sotto il letto di Tonino. Era solo un impressione, però. Lui sentiva e captava tutto, pronto a decifrare il minimo segnale di comando o di richiamo che venisse dal padrone. Stava lì immobile, con gli occhi socchiusi e lo sguardo languido, quando, all’improvviso, al solo sentire il nome di Tonino, pronunciato da sua madre, si alza di scatto, va verso la cucina e incomincia ad abbaiare. Questa volta però con un timbro energico, deciso, a tratti ultimativo.

“Ma che succede a questo cane?” – si chiese Mest’ Fedele.

La madre e le due sorelle, non si aspettavano quella reazione e, incredule, si alzarono di scatto dalla sedia. Più che spaventate, sembravano incuriosite e un tantino meravigliate per quell’improvviso cambio d’ umore che il cane aveva mostrato, al solo sentir pronunciare il nome di Tonino.

“Ma è chiaro, no? – si affrettò subito a dire Filomena – Doco ci vuol dire qualcosa.   A ‘sto cane gli manca solo la parola, tanto è intelligente. Forse lui, ieri, ha visto Tonino e stamattina è venuto qui ad abbaiare per dirci che sa dove è andato o dove  si è nascosto.”

Filomena, non fece in tempo a concludere la frase ed ecco che il cane incominciò a scondinzolare, come se avesse voluto dire: “Sì, è proprio così. Avete capito quello che non posso dire. Io so dove si trova Tonino”. Allora si diresse verso il padrone, Mest’Fedele e poi, rinfrancato dalle sue carezze, si diresse pian piano verso la porta.

“Seguiamo Doco – intimò ai suoi Mest’Fedele – lasciamo perdere gli amici e i parenti. Se qualcuno ieri lo avesse visto, sarebbe venuto senz’altro qui a casa a tranquilizzarci. E poi, sapete che vi dico? Non serve nemmeno andare dai Carabinieri. Dobbiamo dar retta a Doco,  – aggiunse Mest’Fedele – lui sa  dove si è nascosto Tonino. E’ venuto qui per questo, sa dove dobbiamo andarlo a cercare. Bravo Doco, vieni qui, fatti accarezzare. Ti vogliamo tanto bene, lo sai no? Su, non perdiamo più tempo ora! Andiamo, dai! Portaci da Tonino.”

Non c’era tempo da perdere.  Sistemata, alla meglio,  la cucina,  lasciarono la casa di  via Fratelli Bandiera per seguire Doco. E lui, al solo vedere tutti i suoi padroni che lo seguivano, riprese vigore ed energia. E così incominciò a tirare il giunzaglio non  già verso la campagna, oltre il muraglione  o verso il Monastero di San Francesco, ma nella direzione opposta. Ed era proprio così. Infatti, dopo aver percorso un brevissimo tratto di strada, girarono a destra, sotto il palazzo di Scorpione per poi, imboccare Via Olmi, dopo aver costeggiato prima il Palazzo di Don Cesare San Mauro e poi quello dei Marsilio. In pochi minuti raggiunsero Santa Lucia e imboccarono subito la discesa che conduceva alle cantine scavate  sotto l’ingresso del paese, proprio all’imbocco della rotabile che collegava, ancor prima degli anni cinquanta, il centro abitato con la stazione delle Ferrovie dello Stato e con quella delle Calabro lucana.

Appena imboccata la discesa, Mest’Fedel capì subito qual’era la destinazione che aveva in mente il cane: era la cantina!  Il tempo di percorrere un centinaio di metri della discesa ed ecco che si trovarono di fronte ad una prima sorpresa. Il portale della cantina non aveva il lucchetto, sembrava leggermente accostata, come se qualcuno fosse entrato senza rinchiuderla dall’interno. Era proprio così. E nel viale che separava a destra e a sinistra il piccolo orto, pensarono tutti la stessa cosa. Sarà rimasto a dormire in cantina stanotte. Chissà, ieri sera con i suoi amici è venuto qui per una  lunga e lauta “conversazione”, una bella mangiata, di quelle che iniziano verso le otto e nell’euforia del vino finiscono verso le due di notte. Si sarà ubriacato e poi sopraffatto dal sonno si è addormentato lì, vicino alle damigiane, in attesa che facesse giorno.

Non era solo un banale ragionamento quello di Mest’ Fedele. Era qualcosa di più, una speranza, un auspicio, una preghiera. Anche la seconda porta, quella che immetteva direttamente nella cantina, era socchiusa. Era evidente che qualcuno fosse ancora lì dentro. Mest’Fedel allora incominciò prima sottovoce, poi, sempre più forte a chiamare suo figlio. Anche il cane iniziò ad abbaiare come se volesse spingere il padrone a rompere gli indugi e ad entrare nella cantina. Ci fu un lungo, lunghissimo minuto d’attesa. Niente! Sembrava che non ci fosse nessuno dentro la cantina, nessun segno di vita! Il cane però continuava ad abbaiare, e Mest’Fedel allora si decise ad aprire la porta. La spinse pian piano, come se non volesse far rumore. Indugiò un attimo.

Si girò verso destra, in direzione del tinello dove si pigiava l’uva, alzò lo sguardo verso l’alto e, all’improvviso, con gli occhi sbarrati e le mani nei capelli……. lanciò un urlo micidiale! Un uomo penzolava da una trave del soffitto. Aveva una grossa corda al collo. Lo guardò meglio per vedere bene chi fosse. Era suo figlio. Quell’uomo impiccato era Tonino! (…)

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