Più di cento persone hanno riempito mercoledì la chiesa di Kenscoff, sulle montagne che sovrastano Port‑au‑Prince, per salutare due fratelli e tre loro cugini. È lo stesso luogo dove, pochi giorni prima, bande armate hanno giustiziato oltre 30 persone, trasformando un luogo di preghiera in un teatro di morte. L’attacco del 23 agosto ha devastato la comunità agricola un tempo pacifica: 47 persone uccise, più di 50 rapite, in quello che le Nazioni Unite definiscono uno dei peggiori episodi di violenza degli ultimi anni. Secondo Marta Hurtado, portavoce dell’Ufficio ONU per i Diritti Umani, circa 150 uomini armati hanno partecipato al raid. Tredici persone sono state uccise mentre tentavano di fuggire; altre cinquanta sono state inseguite fino alla chiesa.
Nel cortile, i gang hanno giustiziato 22 haitiani, e altri 12 dietro l’edificio. Nei giorni successivi, grazie all’intervento dei leader locali e dell’UNICEF, sono stati liberati sei bambini e sette donne, ma la maggior parte degli ostaggi rimane nelle mani dei gruppi armati. Il funzionario della Protezione Civile, Patrique Saint‑Hilaire, ha dichiarato che il governo intende sostenere le famiglie colpite. Finora sono state sepolte 17 delle 47 vittime, mentre proteste e veglie continuano a denunciare la presunta negligenza o complicità della polizia. La tensione è tale che, dopo la cerimonia, alcuni partecipanti hanno aggredito giornalisti, tra cui un fotografo dell’Associated Press. L’attacco arriva in un momento cruciale: Haiti si prepara alle prime elezioni generali in oltre dieci anni, in un Paese dove le gang controllano circa il 70% di Port‑au‑Prince e vaste aree del centro.





