Mosca prepara le urne. Una parte dei giovani russi prepara le valigie. È il contrasto che può raccontare più delle elezioni. Dal 18 al 20 settembre la Russia voterà per rinnovare la Duma di Stato. Nelle stesse settimane cresce il timore di una nuova mobilitazione, smentita dal Cremlino.
Ma una paura non ha bisogno di un decreto per diventare politica: basta che orienti le scelte dei cittadini. Qui sta il paradosso. Il potere si prepara a mostrare attraverso il voto la stabilità del sistema. Una parte della società, invece, misura il proprio futuro sulla possibilità di sottrarsi alle sue decisioni.
La frase che racconta il potere
Il contrasto è diventato evidente dopo le parole del deputato Viktor Sobolev. Parlando dei russi che valutano di lasciare il Paese per il timore della mobilitazione, ha sostenuto che persone che reagiscono così non servono alla Russia. Non è una frase qualsiasi. Sposta la domanda dal cittadino allo Stato: non più “perché hai paura?”, ma “sei ancora utile al Paese?”. Non tutti quelli che partono sono oppositori.
Non ogni giovane che attraversa una frontiera fugge dalla guerra. Ma se una parte della società cerca di mettere in sicurezza il proprio futuro prima ancora che esista una nuova mobilitazione, quella paura dice qualcosa sulla fiducia nelle istituzioni. E la fiducia non si decreta.
Un voto sempre più stretto
Il quadro elettorale aggiunge un elemento. L’OSCE non invierà osservatori alle elezioni della Duma. L’organizzazione ha denunciato il mancato invito e richiamato gli impegni internazionali sottoscritti dalla Russia. L’assenza degli osservatori non dimostra che ogni voto sia falso. Ma priva elettori e comunità internazionale di una verifica indipendente del processo. In un sistema nel quale lo spazio politico è ristretto, è un fatto che pesa.
Lo stesso vale per Yabloko. La Corte Suprema russa ha escluso la lista federale del partito dalla competizione. Non rappresentava tutta l’opposizione, ma era una delle forze che proponevano apertamente pace e critica della prosecuzione della guerra. La domanda democratica è elementare: quante delle opinioni presenti nella società russa arrivano davvero sulla scheda?
Il fantasma del 2022
Il timore di una nuova mobilitazione ha una memoria precisa. Nel settembre 2022 l’annuncio della mobilitazione parziale provocò un esodo di cittadini russi. Oggi alcuni sembrano voler anticipare il rischio. Non è la prova che Mosca abbia deciso una nuova mobilitazione. Il Cremlino lo nega. Ma è la prova che il precedente continua a condizionare il presente. Il potere può smentire ciò che accadrà domani. Non può cancellare ciò che è accaduto ieri.
Il prezzo che non appare nei risultati
C’è un costo che nessuna elezione registra. Quando un giovane parte, possono partire formazione, competenze, lavoro, iniziativa e progetti familiari. Non significa che la Russia stia vivendo un esodo generale: la maggioranza dei cittadini non vuole trasferirsi stabilmente all’estero.
Ma se una parte della generazione più mobile e qualificata sceglie di costruire altrove il proprio futuro, la guerra produce un costo che non compare nei bilanci militari. Un Paese può difendere il proprio territorio e perdere, nello stesso tempo, una parte del proprio domani.
Ed è qui che la Russia diventa una questione europea
Per l’Europa questo è il punto decisivo. La Russia non scomparirà dalla geografia europea quando finirà la guerra. Rimarrà una potenza nucleare, un vicino del continente e un fattore centrale della sicurezza europea. Ma soprattutto rimarrà una società con la quale l’Europa dovrà confrontarsi. Per questo sarà essenziale distinguere il Cremlino dalla società russa.
Chi ha deciso la guerra dovrà rispondere delle proprie responsabilità. Ma chi lascia il Paese per paura di essere trascinato nel conflitto non può essere automaticamente identificato con il potere che lo governa. Non è ingenuità. È lungimiranza.L’Europa deve guardare oltre il governo russo di oggi e prepararsi alla società russa di domani.
Il vero risultato
Le elezioni di settembre potranno misurare la capacità del sistema di conservare consenso. Ma non potranno contare chi è già partito, chi prepara la partenza e chi resterà senza più credere che la politica possa cambiare il proprio destino. Eppure, anche questo è la misura della fiducia che viene meno. Per questo non basta chiedersi quale risultato uscirà dalle urne. Bisogna chiedersi quale rapporto rimarrà tra la Russia e i suoi cittadini quando la guerra sarà finita.
Le urne diranno quanto consenso ha il sistema. Le valigie diranno quanta fiducia resta nel futuro che quel sistema propone. Il primo dato sarà ufficiale. Il secondo potrebbe essere molto più importante. Per la Russia, certo.Ma anche per l’Europa.





