La storia di Leila Abolhasani, 43 anni, madre di due adolescenti, è diventata uno dei simboli più inquietanti della repressione iraniana. Arrestata l’8 gennaio nella città di Shahin Shahr per aver filmato un supermercato in fiamme durante le proteste anti‑regime, è stata condannata a morte per impiccagione con l’accusa di Moharebeh — “inimicizia contro Dio”, uno dei reati più gravi previsti dalla giustizia iraniana.
Secondo IranWire, Abolhasani è una delle circa 50.000 persone arrestate durante le manifestazioni di gennaio. La magistratura iraniana sostiene che la donna abbia partecipato all’incendio del negozio Ofogh Koorosh, ma la famiglia respinge con forza l’accusa: Leila avrebbe solo documentato l’evento con il cellulare.
Nessuna prova, nessun dettaglio sul processo, nessuna informazione sulla difesa è stata resa pubblica. Da mesi è detenuta nel carcere di Dowlatabad, a Isfahan. A fine maggio, il giudice Vahid Hemmatnejad del Tribunale Rivoluzionario ha emesso la sentenza capitale. La donna ha presentato appello e il caso è ora al vaglio della Corte Suprema.
Un rifugiato iraniano, intervistato da NewsNation, ha definito la condanna “un messaggio di terrore” rivolto alla popolazione: “È stata arrestata per aver documentato la verità. Il regime vuole che la gente abbia paura di mostrare cosa accade davvero.” Il contesto è drammatico. Durante le proteste di gennaio, secondo una fonte citata da NewsNation, circa 50.000 persone — tra cui 250 bambini — sarebbero state uccise dalle forze dell’IRGC.
Il capo dei diritti umani dell’ONU, Volker Türk, ha denunciato che l’Iran ha già eseguito almeno 56 condanne a morte per reati legati alla sicurezza nazionale dal 19 marzo, di cui 27 collegati alle proteste di gennaio. Il caso di Leila Abolhasani è diventato un simbolo di una repressione che non vuole solo punire, ma silenziare. Una donna che ha filmato un incendio rischia ora di essere giustiziata per aver mostrato ciò che il regime non vuole che il mondo veda.





