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La guerra economica all’Iran e il limite della geografia

La guerra economica all’Iran e il limite della geografia

mercoledì, 26 Agosto 2026
2 minuti di lettura

La nuova offensiva economica americana contro l’Iran nasce da una convinzione apparentemente semplice: se la pressione militare non è sufficiente a piegare Teheran, occorre colpirne la capacità di sopravvivenza economica. Washington punta quindi a un regime sanzionatorio sempre più esteso, destinato a colpire non soltanto direttamente l’economia iraniana, ma anche i Paesi e le imprese che continueranno a commerciare con Teheran.

Il problema, tuttavia, è che l’Iran non è una potenza isolata e soprattutto non è un’isola geopolitica. È un teatro che non può essere isolato e questo vale sia da un punto di vista militare che economico. La sua posizione geografica, infatti, costituisce una delle principali risorse strategiche del Paese. L’Iran controlla una porzione decisiva del Golfo Persico, si affaccia sullo Stretto di Hormuz ed è contemporaneamente proiettato verso il Caucaso, l’Asia centrale, il subcontinente indiano e, attraverso la Russia, verso i grandi circuiti commerciali eurasiatici.

È proprio questa centralità geografica a rendere discutibile l’idea di poter trasformare le sanzioni in un blocco economico totale. L’Iran può essere fortemente penalizzato, ma difficilmente può essere completamente separato dall’economia asiatica. I corridoi commerciali che collegano Russia, Iran, India e Asia centrale offrono infatti alternative alle rotte e alle infrastrutture finanziarie dominate dall’Occidente.

A ciò si aggiunge un elemento ancora più importante: la trasformazione delle sanzioni in un terreno di confronto tra sistemi geopolitici. La Cina rimane il principale interlocutore economico dell’Iran e Pechino ha più volte contestato la legittimità delle sanzioni unilaterali americane. La Russia, dal canto suo, ha progressivamente consolidato la propria cooperazione strategica con Teheran.

Questo non significa che le sanzioni siano inefficaci. Possono produrre costi enormi, ridurre le esportazioni, comprimere la crescita e rendere più difficile l’accesso dell’Iran ai mercati internazionali. Ma una cosa è provocare un danno economico; un’altra è trasformare quel danno in capitolazione politica.

L’Iran possiede inoltre un’esperienza quasi unica nell’adattamento a un regime sanzionatorio durato decenni. Una parte dell’apparato economico legato ai Pasdaran si è sviluppata proprio all’interno di questa economia della restrizione: reti commerciali parallele, società schermate, intermediazione finanziaria, logistica alternativa e capacità di operare attraverso circuiti informali. Le sanzioni hanno quindi contribuito, paradossalmente, alla costruzione di un’economia capace di aggirarle.

Ma è soprattutto sul piano geopolitico che emerge il vero interrogativo. Sarebbe interessante chiedere oggi a Zbigniew Brzezinski cosa penserebbe della strategia americana. Nel suo The Grand Chessboard, Brzezinski aveva individuato nella possibile convergenza fra Cina, Russia e Iran uno degli scenari più problematici per la primazia statunitense in Eurasia: non necessariamente un’alleanza ideologica, ma una convergenza di interessi capace di limitare la potenza americana. Lo definiva uno scenario da incubo da evitare ad ogni costo.

A distanza di quasi trent’anni, il paradosso è evidente. Nel tentativo di isolare Teheran, Washington rischia di spingerlo ancora più profondamente verso Mosca e Pechino. E non è necessario che Cina, Russia e Iran costituiscano un’alleanza formalizzata: è sufficiente che cooperino selettivamente, creando circuiti energetici, commerciali, finanziari e logistici alternativi a quelli controllati dall’Occidente. In assenza di qualsiasi criterio di sequenziamento strategico, quello scenario da incubo dunque prende forma e sostanza.

La vera questione, dunque, non è soltanto quanto l’Iran possa sopportare le nuove sanzioni. È se la guerra economica americana stia producendo, involontariamente, proprio ciò che la strategia statunitense dovrebbe impedire: la progressiva saldatura delle principali potenze eurasiatiche attorno a un obiettivo comune, quello di ridurre la capacità americana di esercitare la propria egemonia.

Il rischio strategico è quindi che Washington vinca alcune battaglie economiche e perda, nel lungo periodo, la partita geopolitica, soprattutto se questo cd. “D Day economico” non è inserito in una sequenza strategica coerente.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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