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Masoud Pezeshkian, Presidente Iran

Iran, Trump alza la pressione. Pezeshkian: dialogo sì, ma senza la forza

giovedì, 24 Settembre 2026
2 minuti di lettura

Il Medio Oriente arriva all’Assemblea generale delle Nazioni Unite con una diplomazia sospesa tra negoziato e minaccia militare. Il dossier iraniano resta il punto di maggiore tensione, mentre la crisi si allarga a Hormuz, Bab el-Mandeb, Siria e Gaza.

La sequenza degli ultimi giorni è significativa. Prima del confronto pubblico all’ONU, si sono svolti a New York colloqui tra rappresentanti iraniani e americani. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha incontrato gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner in un vertice durato circa tre ore. Donald Trump ha definito l’incontro «molto positivo», lasciando intendere che un’intesa sia ancora possibile.

L’apertura diplomatica è stata però accompagnata da una nuova pressione. Nel suo intervento all’Assemblea generale, Trump ha chiesto a Teheran di arrivare a un accordo, prospettando in caso contrario pesanti conseguenze militari. La linea americana resta quindi quella della trattativa sostenuta dalla minaccia dell’uso della forza.

La risposta iraniana è arrivata con il discorso di MasoudPezeshkian. Il presidente ha accusato Stati Uniti e Israele di avere aggredito l’Iran e ha mostrato all’Assemblea le immagini di bambini uccisi in un bombardamento. Ha inoltre ricordato l’assassinio della Guida suprema Ali Khamenei, presentando il proprio Paese come vittima del terrorismo.

La delegazione americana ha lasciato l’aula durante l’intervento. Pezeshkian ha tuttavia concluso con un’apertura: l’Iran è pronto al dialogo, alla diplomazia e ai negoziati, ma non accetterà «il linguaggio della forza». Sul nucleare ha ribadito che Teheran non intende sviluppare armi atomiche, rivendicando però il diritto alla tecnologia nucleare per scopi pacifici.

Il nodo più delicato rimane Hormuz. Pezeshkian ha accusato gli Stati rivieraschi e le potenze esterne di utilizzare lo stretto contro l’Iran e ha affermato che Teheran non permetterà che le proprie acque vengano utilizzate per aggredirla. Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Mohsen Rezaei, ha contemporaneamente avvertito che Hormuz non sarà riaperto senza l’accettazione delle condizioni iraniane.

La tensione si riflette sulla navigazione. L’UK Maritime TradeOperations ha segnalato una petroliera colpita da un proiettile non identificato nello Stretto di Hormuz. L’impatto ha provocato un incendio e il ferimento di due membri dell’equipaggio.

A sud, un’altra linea di crisi passa attraverso Bab el-Mandeb. Un consigliere militare degli Houthi, Abed Mohammed al-Thawr, ha definito «linea rossa» un eventuale intervento americano nello stretto a sostegno dell’Arabia Saudita. In caso di raid o appoggio aereo statunitense, ha minacciato di considerare obiettivi tutti gli interessi americani nella regione.

Il rischio è quindi quello di una saldatura tra due teatri marittimi distinti ma strategicamente collegati. Hormuz e Bab el-Mandeb controllano infatti due delle principali direttrici del traffico energetico e commerciale internazionale.

Anche la Siria ha portato all’ONU una propria rivendicazione territoriale. Il presidente Ahmad al-Sharaa ha dichiarato che «il Golan resterà un territorio siriano», affermando che Damasco contrasterà ogni tentativo di violarne la sovranità sulla base della risoluzione 497 del Consiglio di Sicurezza. La questione del Golan torna così a inserirsi nel più ampio confronto regionale.

Sul fronte palestinese, intanto, Washington tenta di trasformare la fase militare in un progetto di ricostruzione. Il Board of Peacepromosso da Trump dovrebbe presentare un piano da 2,45 miliardi di dollari per i primi sei mesi della ricostruzione di Gaza. Il progetto comprende 66 interventi, tra alloggi temporanei, rimozione delle macerie, riabilitazione degli ospedali, ripresa economica e dispiegamento di una forza multinazionale di sicurezza.

Il quadro che emerge dall’ONU è quello di una crisi regionale nella quale diplomazia e deterrenza procedono contemporaneamente. Washington mantiene la pressione su Teheran ma continua a sondare la possibilità di un accordo. L’Iran risponde alle minacce, senza chiudere formalmente il canale negoziale. Intorno, Hormuz e Bab el-Mandeb restano esposti, la Siria rivendica il Golan e Gaza si prepara, almeno nei piani internazionali, alla fase della ricostruzione.

La diplomazia è dunque tornata al centro della scena. Ma continua a muoversi sotto la minaccia delle armi.

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