Torna a salire la tensione tra Stati Uniti e Iran, mentre a Teheran si accentua il confronto tra l’ala favorevole al negoziato e quella più oltranzista del regime. Alle aperture del Presidente iraniano Masoud Pezeshkian, che considera questo “il momento migliore per raggiungere un accordo”, si contrappone la linea dura dei Guardiani della rivoluzione. Sullo sfondo resta l’incertezza sulle condizioni della guida suprema Mojtaba Khamenei, gravemente ferito nei bombardamenti del 28 febbraio nei quali ha perso la vita il padre, l’ayatollah Alì Khamenei, e che diverse fonti ritengono in fin di vita.
L’ultimatum iraniano
A scandire le condizioni poste agli Stati Uniti è stato il segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale dell’Iran, Mohammad Baqer Zolqadr. Il dirigente iraniano ha avvertito che, fino a quando Washington non avrà “corretto il suo comportamento”, lo Stretto di Hormuz non sarà riaperto e Teheran non farà passi indietro né sul terreno militare né su quello dei negoziati. Zolqadr ha quindi elencato le richieste iraniane.
Teheran pretende la fine delle minacce e delle offese a ciò che considera sacro per la nazione, lo stop alla guerra e alle aggressioni contro l’Iran e i suoi alleati in Libano, Palestina, Yemen e Iraq, la rimozione del blocco navale strategico e l’allontanamento delle forze militari, navali e aeree dai dintorni del Paese. Tra le condizioni figurano inoltre il risarcimento e la riduzione dei danni provocati dalle due guerre, la revoca delle sanzioni e lo sblocco incondizionato dei beni iraniani congelati.
Lo scontro interno a Teheran
Le dichiarazioni di Zolqadr segnano una distanza netta rispetto alla posizione espressa da Pezeshkian e mettono in evidenza il confronto interno al regime. Da una parte si collocano i sostenitori della trattativa, guidati dal Presidente e dal Ministro degli Esteri Abbas Araghchi; dall’altra i fondamentalisti intenzionati a proseguire le ostilità.
Pezeshkian, in un’intervista ad Al-Jazeera, ha invece indicato la necessità di creare un canale tra Teheran e Washington per affrontare le eventuali violazioni del cessate il fuoco. Secondo il Presidente iraniano, sarebbe necessario istituire un gruppo di lavoro per gestire le infrazioni agli accordi anziché tornare a combattere. Ha inoltre confermato che sono in corso negoziati con l’Oman per verificare la possibilità di una soluzione capace di far uscire il Paese dalla condizione di “né guerra né pace”.
Il mistero sulle condizioni di Mojtaba Khamenei
A rendere ancora più incerto lo scenario è la situazione ai vertici della Repubblica islamica. Secondo quanto riportato nel documento, i pasdaran sembrano avere acquisito maggiore peso nel vuoto di potere determinato dal mistero sulle condizioni di Mojtaba Khamenei. La guida suprema è rimasta gravemente ferita nei bombardamenti del 28 febbraio, durante i quali è morto il padre Alì Khamenei, e diverse fonti la ritengono in fin di vita.
Il Pentagono spinge sulla produzione di armamenti
Washington, intanto, si prepara all’eventualità di una nuova escalation. Nell’incertezza sulla linea che sarà adottata da Teheran e di fronte alla possibilità di una ripresa dell’offensiva contro l’Iran, precedentemente programmata e poi interrotta dal Presidente Donald Trump, il Pentagono sta aumentando la pressione sulle grandi aziende statunitensi della difesa affinché accelerino la produzione. La richiesta arriva in una fase caratterizzata dalla carenza delle scorte americane di missili e intercettori dopo la guerra con l’Iran. Secondo quanto riportato dal Washington Post e ripreso nel documento, il Vicesegretario alla Difesa Steve Feinberg ha chiesto ai vertici delle industrie del settore di presentare entro tre settimane piani per velocizzare le forniture di armamenti e aumentare la produzione dei sistemi considerati critici.





