In una mossa che segna un raro ridimensionamento della presenza diplomatica globale americana, il Dipartimento di Stato ha notificato al Congresso l’intenzione di chiudere cinque sedi all’estero: St. George’s (Grenada), Nagoya (Giappone), Medan (Indonesia), Douala (Camerun) e Winnipeg (Canada).
Secondo fonti a conoscenza della comunicazione, la nota è stata inviata alle commissioni competenti alla fine della scorsa settimana, ma non è ancora pubblica. Le chiusure, non legate a eventi geopolitici specifici, rappresentano una delle più ampie operazioni di riduzione della rete diplomatica statunitense degli ultimi decenni.
Durante i primi mesi dell’amministrazione Trump, il Dipartimento di Stato aveva già valutato la chiusura di una dozzina di missioni, nell’ambito della strategia “America First” volta a snellire la burocrazia federale e concentrare le risorse su obiettivi ritenuti prioritari.
L’Ufficio per la gestione e il bilancio della Casa Bianca aveva persino ipotizzato un piano più radicale, fino a trenta sedi da sopprimere. Alcuni funzionari hanno sostenuto che consolati e uffici minori non fossero economicamente vantaggiosi, mentre i democratici e diversi ex diplomatici avvertono che un simile ridimensionamento potrebbe indebolire la leadership americana e lasciare spazio a rivali come Cina e Russia, pronti a colmare il vuoto. La Cina, in particolare, mantiene già una presenza diplomatica in tre delle cinque città interessate.
Il Dipartimento di Stato, interpellato domenica, non ha confermato ufficialmente le chiusure, ma ha ribadito l’impegno a garantire una rete “efficiente ed efficace” e a rispettare le procedure di notifica al Congresso. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha difeso la misura come necessaria per ridurre i costi e modernizzare un apparato “gonfiato e burocratico”.





