Il vertice di Ankara non sarà ricordato tanto per i comunicati ufficiali quanto per i messaggi geopolitici che ha lasciato emergere. Il vero vincitore è stato Recep Tayyip Erdoğan. Non perché abbia imposto una nuova agenda all’Alleanza Atlantica, ma perché ha dimostrato ancora una volta come la Turchia sia ormai divenuta uno degli attori indispensabili dell’equilibrio euro-mediterraneo e mediorientale.
Da tempo Ankara ha smesso di essere soltanto il fianco sud-orientale della NATO. Oggi è una potenza regionale autonoma, capace di dialogare contemporaneamente con Washington, Bruxelles, Mosca e le principali capitali del Medio Oriente. È questa capacità di muoversi su più tavoli, trasformando la propria posizione geografica in leva strategica, ad aver consentito a Erdoğan di uscire rafforzato dal vertice.
Ma il dato forse più interessante riguarda la trasformazione stessa della NATO.
Sul piano politico, l’Alleanza appare sempre più attraversata da interessi divergenti. Le differenti priorità strategiche degli Stati Uniti, dei principali Paesi europei e della stessa Turchia rendono difficile individuare una vera visione politica comune. La celebre definizione di Emmanuel Macron, che parlò di una NATO in “morte cerebrale”, sembra oggi descrivere soprattutto la dimensione politica dell’Alleanza.
La situazione cambia radicalmente se si osserva il piano militare.
Mai come oggi la NATO dispone di una struttura operativa così integrata. L’interoperabilità tra le forze armate, l’aumento delle spese per la difesa, il rafforzamento del fianco orientale e la standardizzazione delle capacità militari rendono l’organizzazione uno degli strumenti di deterrenza più efficienti mai costruiti. La NATO politica può apparire divisa; la NATO militare, invece, continua a dimostrare una notevole solidità.
Anche le iniziative industriali emerse ad Ankara meritano particolare attenzione. La crescente cooperazione tra Paesi europei, Turchia e Canada nello sviluppo di sistemi militari, con un coinvolgimento statunitense meno centrale rispetto al passato, non rappresenta una rottura dell’Alleanza, ma un segnale rispetto all’ ambiguità della politica estera americana.
Oggi stanno emergendo poli regionali sempre più autonomi, capaci di sviluppare programmi congiunti, rafforzare filiere industriali comuni e costruire capacità tecnologiche condivise. Anche questo costituisce una vittoria per Erdoğan: la Turchia non è più soltanto un acquirente di sicurezza, ma un produttore di tecnologia militare e un partner industriale indispensabile.
Tutto ciò avviene mentre il sistema internazionale continua a essere dominato da due grandi crisi.
Sul fronte europeo, il Capo di Stato Maggiore del Comitato Militare della NATO ha ribadito nel giugno scorso che l’Alleanza non prevede operazioni militari offensive contro la Russia. Questa posizione non elimina tuttavia il rischio di un’escalation. Secondo numerose analisi strategiche, Mosca potrebbe aumentare la pressione sull’Europa attraverso strumenti convenzionali limitati oppure, più probabilmente, mediante operazioni ibride: attacchi cibernetici, sabotaggi, campagne di disinformazione e azioni contro infrastrutture critiche. Una forma di conflitto capace di produrre instabilità senza oltrepassare immediatamente la soglia della guerra aperta con la NATO.
Nel Medio Oriente il quadro appare altrettanto complesso. Come avevamo anticipato sulle pagine di questo giornale, il vero centro della competizione strategica non è più soltanto il programma nucleare iraniano. La questione decisiva è ormai la sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz. È lì che passa una parte fondamentale del commercio energetico mondiale e della libertà delle rotte marittime. Il nucleare resta un dossier importante, ma sempre più inserito in una competizione geopolitica più ampia.
Anche gli Stati Uniti si trovano di fronte a un dilemma. Per negoziare da una posizione di forza potrebbero essere costretti ad aumentare la pressione militare, cercando un vantaggio tattico sul terreno. Ma ogni escalation comporta un costo potenzialmente enorme in termini di vite umane e aumenta il rischio di un allargamento del conflitto.
È forse questo il tratto più inquietante dell’attuale sistema internazionale. Dall’Ucraina al Medio Oriente sembra imporsi la medesima logica strategica: escalate to de-escalate. Intensificare la pressione per creare le condizioni di una successiva trattativa. Una dottrina che può apparire coerente nella teoria strategica, ma che nella pratica moltiplica il rischio di errori di calcolo, incidenti e dinamiche fuori controllo.





