La crisi di Ceuta ha riportato l’immigrazione al centro del confronto europeo e ha spinto i ministri dell’Interno dell’Unione a ricercare una linea comune per affrontare una delle più gravi pressioni migratorie degli ultimi anni.
Il vertice straordinario convocato ieri in videoconferenza dalla presidenza irlandese non ha prodotto decisioni operative immediate, ma ha consolidato un orientamento politico condiviso: rafforzare i rimpatri, intensificare il contrasto alle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani, aumentare la protezione delle frontiere esterne e costruire una cooperazione più stretta con i Paesi di origine e di transito dei migranti.
Sul tavolo, però, restano aperti i dossier che continuano a dividere Roma e Madrid, dal ripristino dei controlli alle frontiere interne fino alla proposta italiana di creare hub per i rimpatri nei Paesi terzi sicuri.
Il Consiglio Giustizia e Affari Interni ha fotografato una situazione eccezionale: tra il 30 e il 31 luglio circa 72mila migranti hanno raggiunto l’enclave spagnola di Ceuta. Il Ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska ha detto che circa 70mila persone hanno già lasciato la città autonoma, ma l’emergenza ha comunque riacceso il dibattito sulla capacità dell’Unione di prevenire crisi di questa portata e di reagire con strumenti comuni. Il documento finale del Consiglio ha confermato la necessità di sviluppare sistemi di previsione dei flussi, rafforzare l’intelligence pre-frontaliera e migliorare la condivisione delle informazioni tra gli Stati membri.
Particolare attenzione è stata dedicata anche alla comunicazione istituzionale durante le crisi, con l’obiettivo di contrastare campagne di disinformazione e interferenze esterne attraverso un monitoraggio più efficace dei social network. E proprio su questo punto ieri a rendere ancora più delicato il quadro hanno contribuito anche le informazioni diffuse dal portale spagnolo Okdiario, secondo cui sui social network sarebbe in corso l’organizzazione di un nuovo tentativo di ingresso di massa a Ceuta previsto per il 15 agosto.
Il quotidiano riferisce che decine di account marocchini e gruppi WhatsApp stanno rilanciando appelli utilizzando i termini “Harag” e “Haraga”, già associati alle campagne di migrazione irregolare. Sulla vicenda la Audiencia Nacional spagnola ha avviato unʼindagine per individuare gli organizzatori delle campagne diffuse attraverso Instagram, TikTok e WhatsApp. Le informazioni riportate dal giornale non risultano, allo stato, confermate dalle autorità spagnole.
Differenze profonde
Se sulla strategia generale è emersa una convergenza, sul piano politico restano differenze profonde. Madrid ha continuato infatti a contestare la decisione italiana di ripristinare temporaneamente i controlli alle frontiere aeree e marittime con la Spagna. Grande-Marlaska ha ribadito che l’area Schengen “non è mai stata a rischio” e ha chiesto a Roma di revocare immediatamente una misura ritenuta “inutile e sproporzionata”.
Secondo il Ministro spagnolo, Ceuta dispone già di un sistema di controlli documentali che impedisce l’accesso diretto allo spazio Schengen, rendendo quindi ingiustificato il provvedimento adottato dal Governo italiano.
La linea italiana
Il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha mantenuto una linea diversa. Nel suo intervento ha innanzitutto espresso la solidarietà dell’Italia al Governo spagnolo per quanto accaduto a Ceuta, chiarendo però che il ripristino dei controlli non rappresenta un atto ostile nei confronti di Madrid. Ha spiegato che la decisione risponde esclusivamente a esigenze di sicurezza nazionale e di tutela del sistema europeo dei controlli in una fase caratterizzata da una pressione migratoria straordinaria. Piantedosi ha ricordato che si tratta di uno strumento previsto dalla normativa europea e già utilizzato in passato da numerosi Stati membri quando circostanze eccezionali lo hanno reso necessario.
Nel suo intervento il titolare del Viminale ha anche rilanciato la richiesta di una svolta nella politica migratoria europea. Secondo Piantedosi l’Unione non può limitarsi a gestire le emergenze una volta che i migranti hanno raggiunto il territorio comunitario, ma deve concentrare gli sforzi sul blocco delle partenze e sul rimpatrio di chi non possiede i requisiti per restare nell’Ue.
Da qui l’invito a utilizzare in modo coordinato il peso politico ed economico dei Ventisette nei rapporti con i Paesi terzi, introducendo condizionalità nei confronti degli Stati che non collaborano sulle riammissioni dei propri cittadini. Il Ministro ha richiamato il caso del Marocco, sostenendo che i rapporti commerciali e i partenariati strategici con l’Unione dovrebbero essere valutati anche alla luce del livello di cooperazione offerto sul fronte migratorio.
Il modello degli hub
Tra i punti sostenuti dall’Italia figura anche il modello degli hub per la gestione esterna delle procedure di asilo e dei rimpatri. Piantedosi ha indicato il Protocollo Italia-Albania come un’esperienza che ha aperto una nuova strada e ha ribadito che procedure accelerate svolte in Paesi terzi sicuri rappresentano, a suo giudizio, uno degli strumenti più efficaci per ridurre gli arrivi irregolari e indebolire le reti criminali che organizzano il traffico di esseri umani.
Una proposta che continua però a dividere i partner europei: Spagna, Francia, Portogallo e Lussemburgo hanno confermato la loro contrarietà, impedendo per il momento la formazione di una posizione comune. Anche la Commissione europea ha mantenuto un approccio prudente.
Il Commissario agli Affari interni Magnus Brunner ha spiegato che Bruxelles sta valutando la compatibilità della decisione italiana con le regole di Schengen, ricordando che ogni limitazione alla libera circolazione deve risultare proporzionata e temporanea.
Allo stesso tempo ha spiegato come nel confronto tra i ministri sia emerso un consenso generale sui cinque pilastri indicati dalla presidente Ursula von der Leyen nella lettera inviata al Premier spagnolo Pedro Sánchez: rafforzamento della cooperazione con i Paesi partner, accelerazione dei rimpatri attraverso il nuovo regolamento europeo, potenziamento della protezione delle frontiere esterne con un ruolo più incisivo di Frontex, sviluppo di sistemi europei di allerta precoce contro la disinformazione e introduzione di un regime di sanzioni nei confronti delle organizzazioni che gestiscono il traffico di migranti.





