La crisi tra lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb non può essere interpretata soltanto attraverso la contrapposizione militare tra Iran, Stati Uniti, Israele e monarchie arabe. Dietro il controllo delle rotte energetiche esiste una geografia religiosa, antropologica e politica nella quale identità confessionali, appartenenze tribali, strutture statali e interessi strategici si sovrappongono senza coincidere.
La complessità del mondo sciita
Il primo errore consiste nel considerare lo sciismo come un sistema politico omogeneo. L’Iran appartiene allo sciismo duodecimano, mentre lo Yemen settentrionale è storicamente caratterizzato dallo zaidismo, una tradizione distinta e per alcuni aspetti più vicina al sunnismo.
La differenza è anche istituzionale. L’Iran dispone di uno Stato consolidato, con una Costituzione, un Parlamento e apparati amministrativi permanenti. Lo Yemen presenta invece una struttura politica più frammentata, nella quale le appartenenze tribali e locali continuano a condizionare la distribuzione del potere.
Il ruolo degli Houthi e l’agenda regionale
Gli Houthi devono essere collocati in questo contesto. Il sostegno iraniano ha rafforzato le loro capacità militari e strategiche, ma Ansar Allah conserva una propria agenda, legata tanto alla competizione regionale quanto alla realtà interna yemenita. Il rapporto con Teheran va quindi interpretato come un allineamento strategico asimmetrico, non come una subordinazione gerarchica. L’Iran può fornire tecnologia, addestramento e intelligence, senza controllare necessariamente ogni decisione del movimento.
La principale conseguenza geopolitica riguarda la posizione americana che rifiuta un coinvolgimento diretto, mostrando lungimiranza. Un intervento diretto contro gli Houthi, infatti, soprattutto se inserito in un conflitto più ampio con l’Iran, potrebbe favorire la saldatura di interessi oggi soltanto parzialmente convergenti. Al contrario, l’attuale postura di Washington potrebbe preservare la distinzione tra le diverse agende regionali, riducendo il rischio che crisi separate confluiscano in un unico teatro di guerra.
Anche Bab el-Mandeb, alla luce dell’esperienza precedente, non deve essere necessariamente associato alla chiusura della navigazione. L’accordo raggiunto dagli Stati Uniti con gli Houthi aveva infatti consentito ad Ansar Allah di mantenere la libertà di colpire Israele, lasciando contemporaneamente aperto lo stretto al naviglio internazionale. La situazione è cambiata con la rottura della tregua yemenita e gli attacchi sauditi contro infrastrutture yemenite: la successiva pressione Houthi sul naviglio saudita va quindi letta come una misura specificamente rivolta contro Riyadh, non come la chiusura di Bab el-Mandeb al traffico internazionale.
Stabilità regionale e prospettive future
Infine è utile riflettere sull’Accordo della Mecca alla luce degli ultimi sviluppi dove il mutuo soccorso di Pakistan e Turchia a Riyadh non è arrivato. «L’Accordo sembra configurarsi soprattutto come un’intesa di contenimento della proiezione israeliana, più che come una soluzione complessiva alla stabilità regionale.» Quest’ultima probabilmente sarà discussa in Oman o altrove dagli attori regionali e lo spazio per USA, Cina e Russia sarà decisamente ridotto rispetto al passato.
Il problema non è risolvere simultaneamente tutte le contraddizioni del Medio Oriente, ma impedire che esse si fondano in un’unica crisi. La frammentazione degli interessi rimane un fattore di instabilità, ma può anche conservare gli spazi necessari alla mediazione.
Sicuramente un diverso approccio sarebbe stato preferibile e di certo il nodo iraniano rimane irrisolto, ma Washington deve fare i conti con il diaframma esistente tra volontà politica e capacità sul campo. Tutto ciò sempre che con l’Iran non si voglia rompere il tabù nucleare dopo le elezioni di mid term e fare dell’uso atomico il nuovo standard nei conflitti convenzionali. Le conseguenze sarebbero enormi.





