Uno spiraglio diplomatico si è aperto sulla possibile riapertura dello Stretto di Hormuz, paralizzato dalla guerra. Il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha dichiarato che Stati Uniti e Iran potrebbero raggiungere “oggi o domani” un’intesa per ripristinare la libertà di transito lungo la rotta strategica.
Le sue parole hanno provocato un immediato calo del petrolio: il Wti ha perso il 3,87%, scendendo a 77,23 dollari al barile, mentre il Brent ha ceduto il 3,10% a 81,17 dollari. Qatar, Pakistan e Oman stanno facilitando lo scambio di proposte tra Washington e Teheran, che continuano tuttavia a escludere contatti diretti.
Il presidente iraniano Massoud Pezeshkian ha assicurato che Teheran “non vuole che la guerra continui” e intende soltanto difendere i propri confini. Donald Trump ha invece ribadito che i colloqui rappresentano “l’ultima possibilità prima della decapitazione”, precisando che l’obiettivo americano non riguarda soltanto la riapertura dello Stretto, ma soprattutto la denuclearizzazione dell’Iran.
La pressione per arrivare a un’intesa è accresciuta anche dal consumo delle scorte militari statunitensi. Secondo Reuters, cinque mesi di guerra avrebbero esaurito gran parte dei missili ATACMS e PrSM, circa il 65% degli intercettori Patriot e poco meno della metà dei Tomahawk.
Mercantile colpito e controllo transiti
La fragilità del negoziato è stata però evidenziata, nelle stesse ore, dall’attacco alla Minoan Pioneer, nave da carico battente bandiera liberiana colpita da un proiettile di origine sconosciuta circa 37 chilometri a nord-est di Al Khasab, al largo dell’Oman.
Il proiettile ha raggiunto la sala macchine, provocando un incendio vicino agli alloggi. Gran parte dell’equipaggio ha abbandonato il mercantile ed è stata messa in salvo, mentre un ingegnere risultava disperso. Sul posto è stato inviato un rimorchiatore dotato di mezzi antincendio.
Il nodo centrale del negoziato resta il controllo della navigazione. Teheran intende mantenere la supervisione delle navi in entrata nel Golfo e monitorare quelle in uscita, riservandosi la possibilità di intervenire. Il piano discusso con l’Oman prevederebbe due corridoi separati.
Il New York Times ha riferito anche dell’ipotesi di una “tariffa di servizio”, i cui ricavi sarebbero divisi tra Iran e Oman, ma questa versione è stata contestata da un funzionario americano. Teheran chiederebbe inoltre la revoca del blocco navale statunitense contro i porti iraniani.
Minacce degli Houthi
La crisi si estende anche al Mar Rosso. Gli Houthi hanno rivendicato un attacco contro un obiettivo dell’aeroporto saudita di Najran, senza che da Riad sia arrivata alcuna conferma.
Le minacce del gruppo yemenita avrebbero inoltre ridotto di circa il 50% il passaggio di greggio saudita attraverso Bab el-Mandeb dalla fine di luglio, secondo i dati della società Kpler. Diverse petroliere sono state così costrette a circumnavigare l’Africa, con un allungamento dei viaggi di circa quindici giorni e un aumento dei costi per carburante, assicurazioni ed equipaggi. La pressione sulle rotte saudite aggiunge un nuovo fronte alla crisi della navigazione regionale, già aggravata dalla paralisi dello Stretto di Hormuz.
Colloqui Israele-Libano
A Roma è iniziato intanto il settimo round di colloqui tra Israele e Libano, sotto mediazione statunitense e con la partecipazione di funzionari militari israeliani. Il negoziato riguarda il progressivo ritiro delle forze israeliane dal sud del Libano, il dispiegamento dell’esercito regolare libanese, il disarmo di Hezbollah e l’estensione delle cosiddette “zone pilota” già affidate alle forze di Beirut.
Al centro del confronto ci sono anche i meccanismi di verifica della smilitarizzazione e l’eventuale coinvolgimento di una parte terza nel monitoraggio dell’intesa. Il leader di Hezbollah, Naim Qassem, ha definito i negoziati fonte di “vergogna, umiliazione e concessioni successive”, accusando il governo di favorire Israele.
Il premier Nawaf Salam ha replicato che il maggiore aiuto allo Stato ebraico è venuto da chi ha trascinato unilateralmente il Libano in “assurde avventure belliche”, contestando a Hezbollah il diritto di decidere autonomamente sulla guerra.
Stallo su Gaza
Resta infine bloccata la seconda fase del piano americano per Gaza. Hamas contesta la richiesta israeliana di completare il disarmo prima del ritiro delle truppe, sostenendo che il testo accettato il 31 luglio prevedeva invece una consegna delle armi parallela a un arretramento graduale dell’esercito israeliano. Il movimento palestinese si è detto “a disagio” per i chiarimenti del Board of Peace, secondo cui le forze israeliane non supereranno la linea gialla finché il disarmo non sarà stato completato e verificato.
Il Qatar ha accusato Israele di ritardare l’attuazione dell’accordo attraverso l’intensificazione degli attacchi nella Striscia, definendoli un tentativo di far deragliare il processo negoziale. Il gabinetto di sicurezza israeliano era atteso ieri a una riunione sul piano, ma diversi ministri continuavano a esprimere contrarietà all’intesa.





