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Il Medio Oriente – Un conflitto che viene da lontano

giovedì, 25 Giugno 2026
3 minuti di lettura

Una analisi degli eventi in Medio Oriente richiede una prospettiva storica, almeno a breve termine. Questo pur consapevoli che ci sono elementi che afferiscono all’ essere ancestrale delle popolazioni coinvolte.

La prima considerazione è che gli Stati Uniti raggiunta l’ autosufficienza energetica hanno subordinato la stabilità regionale ad altre priorità nazionali, che tuttavia li ha portati ad azioni militari che hanno consentito il rovesciamento di alcuni governi, ma che sono evolute in modo tale da non permettere una reale archiviazione dei risultati. In generale abbiamo assistito negli anni a una diminuzione dell’ investimento strategico USA nella Regione. Eppure una visione profondamente miope, visto che parliamo del centro geografico di tre continenti e dal fatto che, piaccia o meno, questo è ancora un mondo fondato sugli idrocarburi.

La seconda considerazione è che proprio in ragione di una diminuita importanza della stabilità della Regione e delle avventure militari, costose quanto inutili, gli Stati Uniti hanno progressivamente delegato ad Israele il compito di gestire l’ area e ciò è avvenuto attraverso gli accordi di Abramo, ma soprattutto delegando le attività di intelligence ai servizi israeliani. Pochi giorni prima dei fatti del 7 ottobre l’ ex Segretario alla Difesa americano rilasciava una dichiarazione nella quale affermava soddisfatto che ormai si era liberato dai dossier riguardanti il Medio Oriente.

A tutto questo si deve aggiungere il progressivo affidamento ai sistemi di sorveglianza elettronica, a scapito della componente HUMint dei servizi israeliani, che pure avevano segnalato in più occasioni le attività crescenti di Hamas.

Contemporaneamente avveniva anche un cambio nel tessuto sociale di Israele. La componente Sefardita è divenuto maggioranza a scapito di quella Ashkenazita che tradizionalmente aveva guidato il Paese. L’ Idea del grande Israele, di una visione biblica dello Stato derivano dall’ unione di questa componente con le correnti religiose più radicali dello Stato Ebraico. Questo ha creato un diaframma tra il ruolo immaginato dagli Stati Uniti per Israele e l’ agenda strategica di Israele stessa.

Non più semplice garante dell’ordine regionale, ma attore che mira a una ridefinizione profonda e permanente dei rapporti di forza, anche attraverso visioni escatologiche come quella del terzo Tempio .

Infine c’è un ulteriore elemento che gioca un ruolo in questo quadro. L’ uso dei terroristi come asset. Se questo avviene per l’ Iran con la componente sciita nell’ area a partire da Hezbollah, lo stesso avviene per gli USA. L’ uso di ex appartenenti del Daeshcome pedine per conseguire risultati come avvenuto in Siria, o dei talebani per invadere l’ Iran di droga (una vera e propria emergenza sanitaria in Iran).

Sul punto, anche ammesso che non sia un effetto voluto, le responsabilità degli USA nella genesi e nell’evoluzione dei flussi di droga dall’Afghanistan verso l’Iransono profonde, strutturali e ampiamente documentate (così ad es. l’ americano SIGAR – Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction). Tuttavia nell’ uso di questi asset vi è una profonda differenza. Se il mondo sciita vede nell’ Iran un ruolo guida autentico. La componente sunnita appartenente o che comunque gravitava vicino al Daesh, non è controllabile fino in fondo.

La commistione di questi elementi ci ha portato ai fatti di oggi. Anche se chi scrive è dal 2023 che invita a riflettere su un attacco all’ Iran, avrei poi però concesso le basi perché le abbiamo concesse molte altre volte a partire dalla ex Jugoslavia. Inciso a parte, come si evince, l’ Europa o meglio gli Stati Europei risultano completamente estranei a un mondo che pure è indispensabile alla loro sopravvivenza, mentre una guerra che soffre di un diaframma drammatico tra volontà politica e strumenti, ha fatto dell’ Iran un simbolo di rivalsa per tutta la Umma (sciita e sunnita). E mentre gli americani non hanno più la volontà di combattere per manutenere l’ impero (gli europei non pervenuti) i russi si. E questo è un fattore che ha il suo peso nelle dinamiche internazionali.

È una lezione classica della geopolitica: la potenza non è data soltanto dalle risorse disponibili, ma dalla capacità psicologica, culturale e politica di sostenerne il costo. Nel complesso, il quadro che emerge è quello di un Medio Oriente in cui decisioni prese lontano nel tempo, mutamenti interni agli Stati e strategie di potenze globali si intrecciano fino a generare un presente instabile e carico di conseguenze. Una regione che sembrava marginale, ma che è diventata laboratorio e nodostrategico di nuove assertività globali.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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