La sparatoria che ha colpito una scuola superiore di Tacloban City ha scosso un Paese che raramente si confronta con episodi di violenza armata nelle aule. Due studenti di 14 e 15 anni hanno aperto il fuoco con una pistola Glock da 9 mm e un revolver calibro .38, uccidendo tre compagni e ferendone altri venti. Tra i feriti c’è anche un dodicenne. Il presidente Ferdinand Marcos Jr ha ordinato un’indagine immediata. Per le autorità filippine, l’attacco segna un punto di svolta. L’istituto, che ospita quasi duemila studenti, non era preparato a un evento del genere: molti ragazzi, presi dal panico, sono corsi allo scoperto invece di ripararsi, ha spiegato la portavoce della polizia Evalyn Diaz.
La scena del crimine ha restituito almeno quaranta bossoli. Le armi, secondo le prime verifiche, provenivano da circuiti ufficiali: la pistola era assegnata a un agente ora sotto inchiesta, mentre il revolver risultava registrato a un’agenzia di sicurezza privata di Cebu. Resta da chiarire come siano finite nelle mani dei due minorenni, ora affidati ai servizi sociali. Nonostante le Filippine abbiano norme severe sul possesso di armi — controlli psicologici, limiti sulle tipologie consentite, permessi separati per portarle in pubblico — il mercato illegale continua a rappresentare una falla significativa.
L’attacco arriva a poche settimane dalla riapertura delle scuole dopo la pausa estiva, alimentando timori di emulazione. Il ministro della Salute Teodoro Herbosa ha annunciato un aggiornamento dei protocolli di emergenza, con formazione specifica per docenti e studenti. Ma l’allarme va oltre la sicurezza fisica. Il segretario all’Istruzione Sonny Angara ha sottolineato il ruolo dei contenuti violenti online, temendo derive simili a quelle osservate negli Stati Uniti. La senatrice Risa Hontiveros ha già annunciato la riapertura di un’inchiesta sul possibile uso di piattaforme digitali per manipolare o radicalizzare i minori.





