E se da una parte si consumano risme di carta bollata per i ricorsi NO stadio nel quartiere di Pietralata di Roma Capitale, dall’altra i banchieri d’investimento statunitensi si sfregano le mani
Nei piccoli come nei grandi affari il fine tra le parti non rileva, essendo implicito nella famosa “causa” del contratto e che essa sia solamente lecita, possibile, determinata o determinabile in maniera oggettiva. Così alcune banche d’investimento statunitensi si propongono di investire sul mattone anche per il nuovo stadio che dovrebbe sorgere nel quartiere di Pietralata del IV Municipio della Capitale. Il condizionale è d’obbligo sulla base del travagliato iter ad ostacoli per le numerose concause e motivazioni quali il famoso bosco adiacente al fiume Aniene, gli interessi archeologici e le problematiche logistiche ed ambientali, sia per il disturbo al vicino Ospedale “Sandro Pertini” e sia per le questioni sollevate per la viabilità e per la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica. Problematiche che, secondo la consuetudine, si ripresenterebbero quasi settimanalmente, come lamentano, tra l’altro, i ‘NO’ stadio.
90 giorni di lavoro presso la Regione Lazio per il primo mattone di carta
È la fase della burocrazia a farla da padrona in uno Stato di diritto in cui le parti interessate espongono i singoli punti di vista e i relativi pareri. Sono non meno di 39 i soggetti giuridici che hanno il dovere di esprimere il loro parere, documentandolo dettagliatamente, facenti parte della “Conferenza dei Servizi Decisoria”, insediatasi presso la Regione Lazio, già col nulla osta del riconoscimento di opera di interesse strategico nazionale da parte del Commissario Straordinario.
Braccio di ferro tra interessi finanziari e diritti socialmente insopprimibili
Se da un lato c’è chi esalta i benefici economici in posti di lavoro, culturali e di aggregazione sociale, oltre che di crescita nella promozione dello sport per i giovani, vi sono altri che intendono proteggere il bene primario della salute, garantito dalla Costituzione e che ne verrebbe compromesso sotto l’aspetto del depauperamento e stravolgimento di un ecosistema meritevole di assoluta salvaguardia. Le banche d’investimento, dal canto loro, dimostrano di essere ben disponibili a supportare la proprietà, operando anche in casa, in un rapporto abbastanza fiduciario di luogo periodo, trattandosi di una concessione per 90 anni da parte del Comune di Roma.
Interesse nazionale o locale?
È difficile dare una risposta obiettiva di fronte allo sbilanciamento di vedute e interessi contrapposti tra i “SI” e i “NO” allo stadio con riferimento a una serie di problematiche da parte dei sostenitori del “NO”, portatori di interessi tutelati dalla Costituzione e dalle leggi, persino europee, per la salvaguardia dell’ambiente, degli ecosistemi e della biodiversità, alla base della salute delle persone non solo vicine al luogo dove si intende porre la prima pietra dello stadio. Dalla parte del “SI” stadio è indubbio che vi siano interessi molto pregnanti, basati su principi diversi, meritevoli di ogni apprezzamento non affatto trascurabile.
Come salvaguardare i due interessi contrapposti?
È compito della Conferenza dei Servizi Decisoria che nei 90 giorni a disposizione dovrà valutare tutti i pareri a favore e contro e trarne le conclusioni. È palese, comunque, dai più informati, il rammarico dei pochi posti a sedere, circa 60 mila, quando già lo stadio Azteca di Città del Messico, costruito nel 1966, ospita oltre 87 mila spettatori e il prossimo stadio in Marocco per i mondiali del 2030 ne ospiterebbe 115 mila.
La Capitale d’Italia, detta anche “Caput Mundi” forse meriterebbe di più, compresa qualche briciola di investimento visibile e duraturo.





