La proposta di cessate il fuoco negoziata a Washington tra Israele e Libano resta bloccata prima ancora di entrare in vigore. Hezbollah l’ha respinta, chiedendo una tregua “globale” e il ritiro completo delle forze israeliane dal sud del Paese. Benjamin Netanyahu non ha quindi sottoposto l’intesa al gabinetto di sicurezza. Secondo media israeliani avrebbe detto ai ministri: “Al momento non c’è un accordo; Hezbollah si oppone, e quindi non prendo alcuna decisione”. Il piano prevedeva zone di sicurezza nel Libano meridionale sotto controllo dell’esercito libanese e senza presenza della milizia. Naim Qassem, segretario generale del movimento filo iraniano, ha definito “umilianti” i negoziati con Israele e ha assicurato che Hezbollah continuerà a rispondere agli attacchi israeliani. La linea del gruppo ha rafforzato i ministri più duri del governo. Itamar Ben Gvir ha chiesto a Netanyahu di andare a Washington per ottenere il via libera al proseguimento delle operazioni in Libano, mentre Orit Strook ha affermato che “il confine deve essere modificato”.
Raid su Tiro
Sul terreno, almeno sette persone sono state uccise nella notte dai raid israeliani su Tiro. Quattro sono morte vicino all’ospedale Jabal Amel, dove si registrano anche sette feriti e danni alla struttura. Altre tre sono rimaste uccise in un secondo bombardamento, con cinque feriti, tra cui due bambini. Il bilancio complessivo delle ultime ore è salito ad almeno 12 morti, con vittime anche a Jwaya, Kfardunin e Burj Qalawiye.L’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione di Aarnaya, Aanqoun e Kfar Fila, sostenendo che ospitino infrastrutture di Hezbollah. I residenti sono stati invitati ad allontanarsi di almeno un chilometro.
Israele ha dichiarato di avere colpito più di 650 siti del movimento nell’ultima settimana e di avere ucciso oltre 125 miliziani nel Libano meridionale. Hezbollah ha rivendicato attacchi contro truppe e mezzi israeliani vicino al castello di Beaufort, presentandoli come risposta alle “violazioni del cessate il fuoco” e ai bombardamenti sui villaggi del sud.Caschi blu dell’Onu e truppe libanesi sono entrati a Dibbine, vicino a Marjayoun, dopo il ritiro israeliano seguito a duri scontri: sarebbe il primo arretramento di Israele da un’area del sud dall’inizio dell’ultima fase della guerra, il 2 marzo.
Pressioni diplomatiche
La crisi militare ha aperto uno scontro politico dentro il Libano e con l’Iran. Il presidente Joseph Aoun ha accusato Hezbollah di non rappresentare il popolo libanese e ha detto a Teheran: “Non state cercando di aiutarci, il popolo libanese sta pagando il prezzo per il bene dei vostri interessi.
I nostri interessi non coincidono con i vostri”. Il premier Nawaf Salam ha chiesto all’Iran di “avere pietà” del sud del Libano e di smettere di usarlo come “merce di scambio” nei negoziati con gli Stati Uniti. I Pasdaran hanno replicato accusando Aoun e Salam di essere stati “imposti al popolo libanese dall’asse arabo sionista americano”. Nabih Berri, presidente del Parlamento libanese e alleato di Hezbollah, ha aperto al ritiro della milizia a sud del Litani, ma solo in parallelo al ritiro israeliano e dentro un cessate il fuoco “globale e incondizionato”. La Commissione europea ha definito l’intesa negoziata dagli Stati Uniti “una nuova opportunità” e ha chiesto a Israele e Hezbollah di cessare subito ogni azione militare.
Bruxelles ha esortato in particolare Hezbollah a rispettare l’accordo, per consentire a Israele e Libano di proseguire i negoziati diretti. Anche Roma si muove sul dopo Unifil. Antonio Tajani ha ricordato che la missione finirà a fine anno e ha chiesto “un’iniziativa europea per continuare l’azione dell’Unifil”. Per il ministro degli Esteri, l’obiettivo è disarmare Hezbollah e rafforzare l’esercito libanese. L’Italia, ha aggiunto, è pronta a contribuire alla formazione delle forze locali anche con numeri superiori agli attuali, ipotesi discussa con Beirut, Washington e Parigi.
Iran in stallo
Anche il negoziato con l’Iran resta fermo. Mohsen Rezaei, consigliere della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, ha definito “ambigua” la bozza di intesa con Washington e ha accusato Donald Trump di imporre le condizioni americane lasciando vaghe quelle iraniane. Un accordo potrebbe dipendere dallo sblocco di 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati.
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha escluso un incontro tra Trump e Khamenei: “Dobbiamo essere realisti”. Il Presidente americano aveva detto che, in caso di accordo, un faccia a faccia con la Guida Suprema sarebbe “un onore”. Sul nucleare, l’Aiea ha avvertito di non poter verificare dimensioni, composizione o ubicazione delle scorte di uranio arricchito iraniano, né stabilire se Teheran abbia sospeso l’arricchimento.
Washington ha annunciato nuove sanzioni contro una rete accusata di trasferire verso l’Asia gas di petrolio liquefatto iraniano per centinaia di milioni di dollari, usando società di facciata negli Emirati Arabi Uniti e in Cina e la “flotta ombra” iraniana.





