Il Mali vive una crisi senza precedenti, un collasso lento e implacabile che intreccia l’assedio dei gruppi jihadisti — responsabili di gravi violenze e violazioni dei diritti umani — il fallimento della giunta militare e un’economia ormai paralizzata dal blocco del carburante imposto dal JNIM, affiliato ad al-Qaeda, che ha interrotto le rotte dei camion cisterna, incendiato mezzi e vietato l’importazione da Senegal e Costa d’Avorio, provocando un aumento del prezzo della benzina fino al 500%, code interminabili ai distributori, blackout diffusi, scuole chiuse e ospedali in difficoltà, mentre la capitale Bamako appare sempre più isolata e vulnerabile, circondata da attacchi coordinati che hanno già portato alla perdita di città strategiche come Kidal, Tessalit e Aguelhok e al ripiegamento di unità russe dell’Africa Corps, lasciando la giunta esposta e indebolita.
Il colpo più grave sul piano istituzionale è stato tuttavia l’assassinio del ministro della Difesa Sadio Camara, ucciso il 25 aprile in un attacco alla sua residenza a Kati, città guarnigione a pochi chilometri da Bamako. Camara non era una figura secondaria: era l’architetto principale dell’alleanza con Mosca, l’interlocutore privilegiato dell’Africa Corps e il perno politico del modello di sicurezza su cui la giunta aveva costruito la propria legittimità interna.
La sua eliminazione priva Bamako del suo principale mediatore con i russi e lascia l’asse Goïta-Mosca privo del suo raccordo operativo più solido. Contestualmente, il capo dell’intelligence Modibo Koné è rimasto ferito. In un solo giorno, la giunta ha perso il ministro della Difesa e il capo dei servizi: è difficile sovrastimare la portata di questo doppio colpo sulla capacità decisionale del regime.
A rendere ancora più esplosiva la situazione è la saldatura tattica — e in parte politica — tra il Fronte di Liberazione dell’Azawad(FLA), espressione delle milizie tuareg separatiste, e il JNIM jihadista legato ad al-Qaeda. Una convergenza che fino a pochi mesi fa appariva improbabile, ma che oggi rappresenta il cuore della nuova offensiva contro Bamako. Le stesse organizzazioni hanno rivendicato operazioni congiunte e coordinamento militare nelle offensive di aprile, culminate nella conquista di Kidal.
Va tuttavia segnalato che questa alleanza contiene una tensione strutturale destinata a manifestarsi nel medio periodo: il JNIM persegue l’imposizione di un ordinamento islamista, obiettivo difficilmente compatibile con il progetto tuareg di uno Stato laico dell’Azawad. La coesione attuale è funzionale alla fase offensiva; la sua tenuta dopo eventuali conquiste territoriali è tutt’altro che garantita.
Questa alleanza nasce da interessi convergenti: i Tuareg puntano alla riconquista dell’Azawad e alla fine del controllo di Bamako sul nord del Paese, mentre il JNIM sfrutta il radicamento tribale e territoriale delle comunità tuareg per consolidare la propria presenza nel Sahel. In diversi casi le linee di separazione tra ribellione etnica e jihadismo risultano ormai sfumate: molti comandanti jihadisti provengono dal mondo delle insurrezioni tuareg e condividono reti claniche, familiari e logistiche. Non è un caso che figure storiche come Iyad Ag Ghali incarnino proprio questa fusione tra separatismo tuareg e jihadismo saheliano.
Sul ritiro dell’Africa Corps — erede operativo della Wagner in Mali — le informazioni inizialmente contraddittorie si sono progressivamente chiarite, e il quadro emerso è più severo della versione russa. Il 27 aprile, l’Africa Corps ha confermato il proprio ritiro da Kidal; nei giorni successivi si è completata l’evacuazione da Aguelhok, Tessalit e Labbezanga.
L’elemento politicamente più imbarazzante è che il governatore regionale di Kidal aveva avvertito i russi dell’imminente offensiva con tre giorni di anticipo, senza ottenere alcuna reazione. Un fallimento non solo operativo ma di intelligence, reso strutturalmente possibile proprio dall’espulsione delle forze francesi e delle missioni ONU che garantivano capacità di raccolta informativa sul territorio. Mosca ha cercato di attribuire responsabilità a “mercenari ucraini” e a servizi occidentali, ma questa narrativa è stata accolta con scetticismo diffuso.
La mediazione algerina per l’esfiltrazione delle unità russe è oggi un dato acquisito, confermato da fonti convergenti. Un accordo tra rappresentanti dell’FLA, del JNIM e del comando russo ha garantito il passaggio sicuro dei convogli verso sud, con diplomatici e militari algerini a fare da garanti. Il fatto che Algeri abbia potuto negoziare simultaneamente con ribelli tuareg, ambienti jihadisti e forze russe rivela un livello di influenza regionale ben superiore a quanto pubblicamente ammesso. L’Algeria mantiene da anni canali aperti con segmenti del mondo tuareg e con alcune reti armate del Sahel nel tentativo di preservare la stabilità della propria frontiera meridionale; questa mediazione ne ha dimostrato la profondità operativa.
Degno di nota è anche il fatto che il JNIM, in una dichiarazione successiva al ritiro, abbia espresso il desiderio di una “relazione futura equilibrata” con Mosca: un segnale che i canali algerini verso gli ambienti jihadisti non sono solo ipotizzati ma concretamente funzionanti.
Fonti russe e ambienti vicini all’Africa Corps continuano a parlare di ripiegamento tattico temporaneo, sostenendo che i ribelli non dispongano di armamenti pesanti sufficienti per sostenere un’offensiva prolungata contro grandi centri urbani. Secondo questa versione, Mosca manterrebbe migliaia di uomini nel Paese e sarebbe impegnata a consolidare la difesa del Mali centrale e di Bamako.
Il Cremlino ha confermato che l’Africa Corps rimarrà dispiegato in Mali. Resta però il dato politico: la morte di Camara, la perdita del nord, il ritiro negoziato sotto scorta ribelle — questi elementi compromettono irreversibilmente la narrativa della giunta, che aveva espulso francesi e missioni ONU promettendo sicurezza grazie all’alleanza con Mosca. Fuori dagli enclaviurbani di Bamako e Kati, la sovranità della giunta è oggi in larga misura teorica.
Nel frattempo, ambasciate straniere riducono il personale, diversi Paesi occidentali invitano i propri cittadini a lasciare il Mali, compagnie aeree sospendono i collegamenti e gli analisti avvertono che la crisi rischia di trasformarsi in un detonatore regionale, in un Sahel già attraversato da colpi di Stato, insurrezioni jihadiste e crescente frammentazione geopolitica.
Per molti osservatori, il timore reale è che il Mali stia entrando in una fase simile a quella vissuta dalla Siria negli anni della dissoluzione statale: un mosaico di territori controllati da attori armati differenti, potenze straniere e reti jihadiste in competizione tra loro. Il paragone ha i suoi limiti — la geometria degli interessi regionali nel Sahel è diversa da quella mediorientale — ma coglie con precisione il rischio principale: non una sconfitta militare puntuale, bensì la progressiva evaporazione dello Stato.





